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sabato 17 ottobre 2026

La Valle dell'Eden - miniserie tv - Netflix (recensione)

Buongiorno; oggi vi parlo della nuova miniserie Netflix, tratta dal romanzo "La valle dell'Eden"



Titolo: La Valle dell'Eden
Anno: 2026
Paese: Stati Uniti d'America
Stagioni: 1
Episodi: 7
Durata: 60 min (episodio)
Lingua originale: inglese


Trama

All'inizio del Novecento una donna fieramente indipendente divide due fratelli, dando vita a una saga che attraversa due generazioni.


Recensione

La Valle dell'Eden è una serie sontuosa. Le scenografie, i costumi, la fotografia, i paesaggi neozelandesi utilizzati per ricreare la California e l'America di fine Ottocento compongono un mondo visivamente ricchissimo, quasi sospeso tra il grande cinema classico americano e una sensibilità più contemporanea. Non è semplice decorazione: La valle dell'Eden ha bisogno di quella dimensione spettacolare perché Steinbeck racconta una vicenda familiare che vuole essere contemporaneamente qualcosa di molto più grande, quasi una nuova Genesi.

E infatti la serie parte da lì: da Caino e Abele, dalla colpa, dalla rivalità tra fratelli, dal rapporto complicato tra padri e figli e dalla possibilità, o meno, che gli esseri umani siano condannati dalla propria natura.

La serie comincia molto prima che Cal e Aron Trask vengano al mondo.

Zoe Kazan ci porta nel Connecticut della seconda metà dell'Ottocento, dove i fratellastri Adam e Charles crescono sotto l'autorità di Cyrus Trask, un padre severo che ha trasformato la propria esperienza nella Guerra Civile in una disciplina familiare.
Adam è mite, idealista, ingenuamente buono, Charles è più ruvido, istintivo, tormentato da quella stessa fame di riconoscimento paterno che alimenta la loro rivalità.


"Quello tra fratelli è stato l'unico amore che abbiano conosciuto", come Cathy racconterà, ma è un rapporto sempre basato su un equilibrio precario. Su cui si impone Cathy Ames, una donna giovane e misteriosa che si presenta alla porta dei Trask apparentemente in fin di vita.

Adam se ne innamora immediatamente, vedendo in lei tutto ciò che desidera, Charles intuisce fin da subito quell'oscurità che li porterà alla rovina. Da quel momento la storia si sposta verso la California, nella Salinas Valley, dove Adam immagina di poter finalmente costruire il suo Eden familiare.


È qui che entrano in scena Samuel Hamilton, interpretato da un ottimo Ciarán Hinds, e soprattutto Lee, il domestico cinese che Hoon Lee trasforma progressivamente in uno dei personaggi centrali della serie.
Adam e Cathy avranno due figli, i gemelli Caleb e Aron, e la storia comincerà a ripetersi: la rivalità tra i due ragazzi diventa la nuova incarnazione del conflitto tra Caino e Abele, mentre il passato dei loro genitori continua a pesare sul loro presente.

Zoe Kazan segue sostanzialmente l'architettura del romanzo, ma non può conservarne tutta l'ampiezza. La famiglia Hamilton, così importante nella costruzione autobiografica e storica di Steinbeck, viene ridotta a una presenza molto più marginale e quasi sempre fuori scena.
Alcune digressioni scompaiono e altri personaggi vengono compressi o eliminati. Al contrario, la serie sceglie di dare un peso enorme alla Cathy di Florence Pugh (qui anche produttrice esecutiva), dedicandole intere porzioni della narrazione e ricostruendo anche il suo passato prima dell'incontro con i Trask (eliminando però il racconto fondamentale dei suoi 10 anni).

È una scelta che rende il racconto più compatto e permette di seguire con maggiore attenzione la donna che diventerà il motore di gran parte delle tragedie della famiglia, ma ha anche un effetto collaterale: la vastità del romanzo rimane inevitabilmente fuori campo. Sette episodi non possono concedersi lo stesso lusso.



I salti temporali sono quindi inevitabili e, in alcuni momenti, anche piuttosto bruschi. La serie riesce a collegare le diverse generazioni, ma non sempre riesce a far percepire pienamente il tempo che passa tra loro. Alcuni passaggi sembrano più funzionali alla necessità di arrivare al capitolo successivo che frutto di una vera continuità narrativa.

È il compromesso principale di questa versione de "La Valle dell'Eden". Eppure, proprio nelle scelte che compie per rendere possibile questa riduzione, la serie trova parte della propria identità.

E poi c'è Cathy. Qui Zoe Kazan non si limita a scegliere cosa tagliare. Sceglie di discutere con l'autore. Nel romanzo Cathy Ames è una figura radicale, quasi metafisica. Steinbeck la presenta come una donna malvagia fin dall'inizio, priva di empatia e di senso di colpa, una creatura che osserva gli altri con freddezza e che utilizza le debolezze altrui per ottenere ciò che vuole. Non è particolarmente interessato a trovare una spiegazione psicologica alla sua malvagità. Cathy è, in un certo senso, il male.

È una scelta narrativa impossibile da accettare, per Zoe Kazan. La sua Cathy, una straordinaria Florence Pugh, ha un passato traumatico che permette di leggere il personaggio in maniera diversa. La violenza subita durante l'infanzia, il rapporto con il padre e l'ambiente nel quale cresce diventano elementi attraverso i quali la serie suggerisce una possibile origine traumatica della donna che Cathy diventerà. Significa spiegarla, ma anche, in parte, assolverla.

Nelle pagine di Steinbeck la natura luciferina di Cathy non ha una spiegazione, è l'elemento perturbante della storia. La serie invece compie un'operazione molto contemporanea: cerca il trauma all'origine del mostro, trasformando progressivamente Cathy da incarnazione del male a personaggio che può essere letto anche come vittima delle circostanze.

È una scelta interessante, ma anche in qualche modo ingiusta nei confronti del materiale originale. La scelta di sfumare il personaggio di Florence Pugh pare aggiungere possibilità di lettura ma, nella pratica, è anche una semplificazione perché elimina dal racconto gli estremi di quella linea morale: il male e il bene, in termini assoluti.

La valle dell'Eden parla continuamente di libertà e di possibilità di scelta. Il concetto fondamentale è quello di "timshel", il "tu puoi" attraverso il quale Steinbeck interpreta la storia di Caino: l'essere umano non è necessariamente condannato dalla propria natura, può scegliere cosa fare di sé.

Nel romanzo Cathy è proprio l'eccezione più inquietante a questa idea. È il personaggio che sembra essere stato escluso dalla possibilità di redenzione. Zoe Kazan prova invece a riportarla dentro quella stessa possibilità. È come se volesse dire che anche Cathy, prima di diventare il mostro di Steinbeck, è stata una persona sulla quale il mondo ha esercitato la propria violenza.

È una lettura legittima. Ma modifica profondamente il personaggio. E soprattutto elimina qualcosa della sua misteriosa e bruciante cattiveria: spiegandoci perché è diventata oscura, la serie edulcora l'orrore del romanzo.

Se questa scelta di adattamento può lasciare qualche perplessità, Florence Pugh impedisce che Cathy perda la sua forza. La sua è una performance notevole perché non la intende come una semplice vittima che si trasforma in carnefice. Al contrario, conserva nel personaggio una freddezza, un'intelligenza e una capacità di manipolazione che continuano a renderla profondamente inquietante.

Cathy sa osservare, sa capire cosa gli altri vogliono sentirsi dire, sa diventare esattamente la persona che gli altri si aspettano di vedere. E Pugh è superba in entrambe le versioni: quando Cathy aggiunge il colore e la menzogna di una persona che esiste solo nella sua recita, quando elimina ogni sorriso, ogni pianto e ogni espressione nei rari momenti in cui Cathy racconta, forse, la verità.

Dolce, vulnerabile, seducente o terrificante cambiando apparentemente pochissimo. L'espressività di Florence Pugh è particolarmente adatta a un personaggio che vive di maschere. E la serie le concede molto spazio, tanto che La valle dell'Eden è veramente a fuoco solo quando la sua Cathy è sullo schermo.


La vera rivelazione, però, è Hoon Lee. Il suo Lee era già uno dei personaggi più interessanti del romanzo e la serie sceglie intelligentemente di valorizzarlo. Non è soltanto il domestico della famiglia Trask, ma una figura fondamentale per comprendere la storia, un uomo costretto a costruirsi una maschera per sopravvivere agli stereotipi degli altri e che finisce per diventare il vero custode morale della famiglia.

Le sue scene sono tra le migliori dell'intera serie, soprattutto quando il racconto si allontana dal melodramma e torna alle domande centrali di Steinbeck: quanto siamo liberi? Quanto possiamo scegliere? Quanto del nostro destino appartiene a noi e quanto alle persone che ci hanno preceduto?

È significativo che uno dei momenti più importanti della serie non sia una grande scena romantica o una tragedia familiare, ma una conversazione sulla parola ebraica timshel. È lì che La valle dell'Eden di Zoe Kazan si riavvicina al cuore del romanzo.


Florence Pugh e Hoon Lee sono certamente le punte di diamante di un cast che riesce a splendere anche nei piccoli ruoli. Mike Faist dà a Charles una presenza inquieta e imprevedibile sicuramente più lontana da quella più "rozza" del romanzo. Ciarán Hinds porta con il suo Samuel Hamilton una vitalità che serve a controbilanciare la cupezza di Adam, Martha Plimpton, nel ruolo di Faye, sfrutta al massimo uno spazio relativamente piccolo, regalando alla serie una delle sue parentesi più umoristiche e malinconiche.

Si complica la vita invece Christopher Abbott, portando in scena un Adam Trask volutamente dimesso, depresso, quasi incapace di reagire alla propria vita, con un'interpretazione che rimane spesso monocorde.

La valle dell’Eden di Netflix non è John Steinbeck, e non prova a esserlo. È una rilettura ambiziosa e spesso riuscita, capace di restituire alla storia dei Trask quella dimensione familiare e universale che una trasposizione cinematografica non poteva contenere.
Il suo unico vero punto debole è anche la scelta più coraggiosa: una Cathy Ames più umana, meno assoluta e meno radicalmente malefica di quella del romanzo. È una modifica che può dividere, ma non cancella i meriti di un adattamento che trova in Florence Pugh e Hoon Lee due interpreti straordinari, e in una messa in scena sontuosa la forza necessaria per sostenere una storia così grande. Con qualche limite strutturale, La valle dell’Eden rimane un adattamento ricco, intelligente e visivamente magnifico: non restituisce tutto Steinbeck, ma ne conserva abbastanza da ricordarci perché quel romanzo continui a essere un classico difficile da afferrare e da dimenticare.


Cosa mi ha convinto: La resa visiva e scenografica; le interpretazioni di Florence Pugh e Hoon Lee, che danno profondità e forza ai due personaggi più riusciti e la capacità di restituire la dimensione corale e generazionale del romanzo.

Cosa invece NON mi ha convinta: i salti temporali e alcuni raccordi narrativi; la reinterpretazione di Cathy, "umanizzata" attraverso il trauma ma meno radicale e inquietante rispetto al personaggio originale.


La mia valutazione


Alla prossima

Luce <3

lunedì 21 settembre 2026

Bones - serie tv - Netflix (recensione)

Buongiorno; come ormai ben sapete, tendo a recuperare serie vecchiotte :D


Titolo: Bones

Paese: Stati Uniti d'America

Anno: 2005-2017

Formato: serie tv

Genere: commedia, drammatico, poliziesco

Stagioni: 12

Episodi: 246

Durata: 40 min (episodio)

Lingua originale: inglese



Informazioni

Bones è una serie televisiva statunitense prodotta dal 2005 al 2017.

Protagonista della serie è Temperance "Bones" Brennan, un'antropologa forense la quale, per via della sua bravura e competenza nell'analisi di resti umani, collabora con l'agente Seeley Booth dell'FBI alla risoluzione di complicati casi di omicidio. La serie è liberamente ispirata alle avventure di Temperance Brennan, l'omonimo personaggio letterario protagonista dei romanzi dell'antropologa forense Kathy Reichs (lei stessa tra le produttrici di Bones).

Bones è stata trasmessa in prima visione negli Stati Uniti da Fox dal 13 settembre 2005, mentre in Italia è stata trasmessa in chiaro dai canali Mediaset e sul satellite da Fox Life, Fox e Fox Crime.

Trama

Washington. La dottoressa Temperance Brennan è un'antropologa forense di fama internazionale che lavora con il suo staff per il Jeffersonian Institute (ispirato allo Smithsonian Institution e alla sua reale collaborazione con l'FBI), oltre a essere una scrittrice di romanzi di successo ispirati alla sua professione. Un giorno Temperance viene contattata da un agente dell'FBI, Seeley Booth, per aiutarlo a risolvere un caso di omicidio in cui il cadavere della vittima è in condizioni molto deteriorate (decomposizione, combustione e mummificazione), e per la cui identificazione è necessaria l'analisi delle ossa; i due avevano già lavorato insieme in passato e non si erano lasciati in buoni rapporti, ma decidono di mettere da parte il loro risentimento e tornano a collaborare. L'indagine viene presto risolta e, visti i risultati, da quel momento "Bones" ("Ossa" – così Temperance viene soprannominata da Booth) e la sua squadra iniziano a collaborare assiduamente con Booth e il Bureau per risolvere casi di omicidio all'apparenza molto complicati.


Recensione

Nel panorama delle serie investigative, “Bones” ha l’originalità di presentare per la prima volta in TV la figura dell’antropologo forense, ossia la dottoressa Temperance Brennan, interpretata da Emily Deschanel.
Sebbene la serie presenti una coppia di protagonisti, con l’agente speciale dell’FBI Seely Booth che sarebbe almeno ufficialmente a capo delle indagini nei singoli casi, di fatto è la Brennan, che lui chiama appunto Bones (ossa) e che considera la sua partner (nonostante lei non appartenga alle forze dell’ordine), a essere coinvolta in prima persona nella loro risoluzione.
 
Ho sempre sentito parlare di questa serie, ma non ho avuto occasione di vederla, finché non è sbucata su Netflix (da cui la sto recuperando), perché sapevo che c'èra David Boreananz (che ho conosciuto tramite Buffy l'ammazzavampiri)
Adoro  il personaggio di Brennan, estremamente intelligente, pragmatica, razionale, che dice ciò che pensa senza filtri, in pratica la ex-secchiona di successo, ma senza cadere in facili cliché da nerd. La Brennan è brillante sia per il suo talento sia per il fatto che è stato affinato dall’intenso studio e dalla passione quasi ossessiva per quest’ultimo. Queste sue caratteristiche la rendono imprevedibile, non so sa cosa direbbe o farebbe in ogni puntata, ed è  quasi magica. Le basta, infatti, un’occhiata alle ossa delle vittime per stabilire sesso, razza, talvolta età e persino la tipologia del lavoro che facevano.
Quello tra lei e l’agente Booth, intuitivo, sentimentale e credente, è quindi un conflitto sempre stimolante che mantiene alto l’interesse, indipendentemente dai singoli casi.
 
Con l’andare avanti delle stagioni qualcosa necessariamente cambia. I due personaggi finiscono per interagire fino allo scontato epilogo romantico e le differenze fra i due vengono arrotondate. Come ho detto, è necessario, perché in tante stagioni non si può pretendere in mantenere lo stesso schema, che finirebbe per diventare ripetitivo e noioso, una volta esaurita la sorpresa iniziale, ma forse è anche uno dei motivi perché storie di questo tipo funzionano meglio in un contesto più breve, come i film e le miniserie.
 
 
Di fronte a questo cambiamento gli sceneggiatori fanno del loro meglio per far accrescere l’interesse negli altri personaggi, le cui sotto trame sono molto ben curate, mentre i vari crimini vengono messi un po’ in secondo piano.
Fanno eccezione alcune storie che vengono spalmate su più puntate, come quella del serial killer cannibale Gorgomon della terza stagione o del cattivissimo hacker Christopher Pelant, che compare addirittura in tre di esse (la settima, l’ottava e la nona), e ovviamente il fatto che ogni stagione tenda a terminare con un cliffhanger, facendo sì che la vicenda venga ripresa all’inizio di quella successiva.
Le restanti puntate sono autoconclusive e, se non fosse per piccoli elementi delle sottotrame, perderne qualcuna non ha quasi mai effetto sulla comprensione generale della serie.

Come molti sanno, il personaggio di Temperance Brennan deve il suo nome alla protagonista della serie di romanzi di Kathy Reichs.
In realtà il legame è abbastanza debole, poiché i due personaggi hanno come elementi comuni, a parte il nome, solo il mestiere di antropologa forense. Nessuna delle puntate è tratta da un romanzo specifico. Anzi, pare che l’idea di base fosse nata dal progetto di un documentario sulla stessa Reichs, che è appunto un’antropologa forense, e quindi la Brennan di “Bones” sarebbe più che altro una trasposizione sul piccolo schermo della stessa autrice. Infatti, a un certo punto della serie la Brennan inizia a scrivere dei romanzi la cui protagonista si chiama Kathy Reichs, mescolando ancora di più realtà e finzione. La Reichs, inoltre, afferma che la serie potrebbe essere più che altro vista come un prequel dei suoi romanzi, visto che la sua Brennan è meno giovane del personaggio interpretato dalla Deschanel.
Comunque lo si guardi, siamo di fronte a un intreccio tra narrativa, TV e vita reale, che rende, se possibile, la serie di “Bones” ancora più originale.
 
La scienza forense è, invece, illustrata in maniera così rapida che, a mio parere, non offre spunti particolarmente interessanti. La presenza di prove fisiche è funzionale alla scoperta dell’assassino e quest’ultima è facilitata da tecnologie alternative, per non dire fantascientifiche, che hanno lo scopo di intrattenere, spesso attraverso l’elemento comico, più che far apprendere allo spettatore l’aspetto scientifico.
 
A ciò si aggiungono alcune guest star di tutto riguardo, come Ryan O’Neal nel ruolo del padre dal passato criminale della Brennan o la popstar Cyndi Lauper, che interpreta una sensitiva, entrambi personaggi ricorrenti, e una buona dose di dark humour, che aleggia in tutte le stagioni, alleggerendo le tematiche forti.
In ogni puntata c’è, infatti, almeno un cadavere scarnificato e/o smembrato, ma viene sempre rappresentato in maniera non eccessivamente raccapricciante, evitando di mettere l’accento sull’evidente brutalità dei crimini, anche se la visione ai bambini è tutt’altro che consigliata.
Il tutto è condito, a mio parere, da un eccessivo buonismo (da TV generalista) e una distinzione netta tra ciò che è assolutamente giusto e ciò che è assolutamente sbagliato, non lasciando alcun spazio all’esistenza delle situazioni intermedie, che sono invece la normalità nel mondo reale.
 
È comunque una serie divertente che si lascia guardare senza costringerti a troppe riflessioni e che, volente o nolente, ti porta a seguirla fino alla fine.




La mia valutazione

Alla prossima
Luce <3




giovedì 10 settembre 2026

The Paradise - serie tv - Amazon Prime Video (recensione)

Buongiorno; oggi vi parlo di una nuova serie in costume, che ho recuperato su Amazon Prime Video



Titolo: The Paradise

Paese: Regno Unito

Anno: 2012-2013

Formato: serie tv

Genere: Drammatico, in costume, sentimentale

Stagioni: 2

Episodi: 16

Durata: 60 min (episodio)

Lingua originale: inglese


Informazioni

The Paradise è una serie televisiva britannica liberamente basata sul romanzo Al paradiso delle signore scritto da Émile Zola.

La serie, che ricolloca le vicende nel Nord Est dell'Inghilterra, è stata trasmessa in prima visione sul canale BBC One dal 25 settembre al 13 novembre 2012 con la prima stagione, e dal 20 ottobre all'8 dicembre 2013 con la seconda e ultima stagione. Entrambe le stagioni sono composte da otto episodi.

In Italia è stata trasmessa in prima visione sul canale a pagamento Mya dal 24 maggio all'11 ottobre 2014.




Trama

Nel 1875 si seguono le vicende intorno al The Paradise, primo grande magazzino inglese, il cui proprietario è il vedovo John Moray. Denise Lovett è una giovane donna che si trasferisce in città dallo zio Edmund, uno dei commercianti che sono in concorrenza con il Paradise. Denise si fa assumere dal Paradise ed è subito notata da Moray come una stella nascente. Moray dipende finanziariamente da Lord Glendenning, che ha una figlia Katherine intenzionata a sposarlo.


Recensione

Oggi voglio parlarvi di The Paradise, dramma in costume di BBC One. La serie, è un adattamento del romanzo Al Paradiso delle Signore di Émile Zolà, che sto recuperando adesso. La storia, ambientata in Inghilterra nell’800, vede come protagonista la giovane Denise Lovett, che arriva in città dopo la morte dei genitori per aiutare lo zio sarto. Lo zio Edmund – che signore adorabile! – però, non può aiutarla economicamente perché il suo negozio sta fallendo a causa dell’apertura di un grande magazzino: il Paradise, e la ragazza è costretta a cercare lavoro proprio al grande magazzino.

Il proprietario del Paradise è l’affascinante John Moray, rimasto vedovo tre anni prima e ancora legato alla moglie. Non pensate che Moray sia il solito imprenditore cattivo ed egoista, John è bravo con i suoi dipendenti e non si comporta in maniera disonesta. I collaboratori di Moray sono il suo braccio destro Dudley, la zitella Miss Audrey, a capo del reparto di abbigliamento femminile, l’inquietante Jonas e il ragazzino Arthur, il “figlio del Paradise”, nato e cresciuto lì. I colleghi di Denise sono il simpatico Sam, la distratta Pauline e l’invidiosa Clara.

Moray ha instaurato un rapporto con la nobile famiglia Glendenning: ha chiesto a Lord Glendenning di finanziare il suo progetto mentre fa la corte alla viziata figlia unica Katherine, la quale preme perché lui la sposi ma lui prende tempo con la scusa di non essere pronto a risposarsi.

La cosa bella del negozio è che comprende anche degli appartamenti per i suoi dipendenti. Le ragazze dormono insieme in camere triple, quindi oltre a mostrarci le vicende che accadono all’interno del negozio, possiamo seguire i protagonisti nel loro tempo libero.

Gli attori sono bravissimi, tra tutti lo scozzese Emun Elliott, volto di Moray. Eccezionali le donne, da Joanna Vanderham, la nostra Denise, a Elaine Cassidy nei panni della villain Katherine.

Le vicende del Paradise sono molto coinvolgenti e non è difficile affezionarsi ai personaggi e anche quelli apparentemente più antipatici, come Katherine e Clara, riescono a farsi amare. Gli intrecci non sono così semplici come sembrano: si scoprono segreti e relazioni inaspettate degni di un dramma vittoriano. La serie non è solo dramma, ma ci sono anche molti momenti comici legati soprattutto alle vicende dei commessi. E' molto interessante vedere quali sono le tecniche utilizzate da Moray per aumentare l’engagement verso il suo brand, di cui è praticamente testimonial.

La storia di The Paradise è stata gestita magistralmente in 8 episodi, alcuni più vivaci e adrenalinici, altri più lenti e drammatici. Con l’andare avanti della trama, l’attenzione si concentra su Moray e Denise, sui loro scambi di sguardi, sul fatto che they’re meant to be. Denise si fa notare da Moray per la sua intraprendenza e per le sue idee di successo, fino a meritarsi di essere chiamata “piccola campionessa”, e attirando così l’invidia di alcune sue colleghe. Fin da subito speriamo che Moray lasci perdere la capricciosa Katherine e che si innamori di Denise, molto più simile a lui. L’attrazione tra loro è così forte che la ragazza è costretta a lasciare il lavoro perché soffre troppo e torna dallo zio, aiutando lui e gli altri commercianti della strada a “combattere” il Paradise. Moray, seppur continuando ad apprezzare le doti della ragazza nonostante le utilizzi contro di lui, è costretto a cedere alla richiesta di Katherine di sposarla. Il series finale lascia i fan della coppia Moray/Denise col fiato sospeso fino alla fine. E’ il giorno delle nozze e tutti sono  felici tranne lui, scosso per il ritorno della ragazza al Paradise. Le campane suonano e lui, invece di recarsi in chiesa, va a cercare lei, Denise, per darle un bacio che suggella il loro amore. L’episodio si conclude così, con Katherine che attende invano il suo futuro sposo.

La mia valutazione


Alla prossima

Luce <3