domenica 22 marzo 2026

Recensione "Ginevra", Mauro Maggio


Autore: Mauro Maggio

Titolo: Ginevra

Prezzo: 8,90

Link d'acquisto: QUI


Trama

La biografia della regina Ginevra, moglie di Re Artù, vive fra mito e storia. Nonostante la sua origine si perda nella notte dei tempi e sia di probabile origine celtica, come suggerisce l'etimologia del suo nome (Ginevra in antico gaelico significava "la maga bianca", o "il fantasma bianco"), la sua figura è strettamente legata a quella di Artù, che, come raccontano le fonti più antiche del ciclo arturiano, per lei sfidò il perfido Mordred, venendo ferito a morte proprio in questo combattimento. Ma il legame fra Ginevra e Artù nell'immaginario europeo è stato messo in ombra dall'altra leggenda legata alla sua figura: ella infatti incarna la bellezza e la grazia aristocratiche, ma anche la ribellione alla ragion di stato, che l'ha costretta a un matrimonio, quello con Artù, senza amore, ma che non può impedirle di innamorarsi e concedersi a Lancillotto, il più valoroso e splendido cavaliere della Tavola rotonda. La leggenda di questa relazione adulterina verrà ripesa dal più celebre scrittore francese medioevale, Chrétien de Troyes, e divulgato nel suo romanzo cortese Lancelot, citato da Dante, nel V canto della Commedia, come il "libro galeotto", che permise all'amore - anche'esso adulterino - fra Paolo e Francesca di rivelarsi.


Recensione

Ho sempre letto libri su Artù, li ho sempre adorati; sta volta, però, la scintilla non è scoccata. Ho trovato questo libro in libreria e ho deciso di recuperarlo; peccato non ci sia NIENTE dei classici miti Arturiani.

Mauro Maggio parla di Ginevra, sì, come giovane donna innamorata e felicemente sposata, ma qui salta fuori che di Ginevra, in realtà ce ne siano due: una legittima, l'altra no. Come, scusa?? Ma che cavolata è?? Vengono narrati i fatti arturiani come li conosciamo, finché  Artù non conosce Ginevra, la sposa, poi improvvisamente, salta fuori che di "Ginevra" ce ne sono due: una Artù l'ha sposata, l'altra, farà di tutto per convincere Artù di essere lei la sposa legittima, fino alla condanna di una delle due, che viene contestata da Lancillotto, in una battaglia le cui sorti verranno decise dal destino.

Onestamente questa lettura proprio non mi è piaciuta; troppo surreale, troppo assurda e non in linea con i "classici arturiani" a cui sono abituata.


La mia valutazione


Alla prossima
Luce <3

sabato 21 marzo 2026

Recensione dilogia "The Scorched Throne", Sara Hashem

 

Autrice: Sara Hashem

Titolo: Dalle ceneri sorgerà una regina

Serie: The Scorched Throne #1

Prezzo. 22,80   e-book 16,99

Link d'acquisto: QUI


Dilogia The Scorched Throne:

1)Dalle ceneri sorgerà una regina

2)La regina è pronta a regnare


"Non sei il primo a usarmi per i propri fini. Ho notevoli precedenti quando si tratta di deludere le persone, sai?"
"Sto ancora aspettando"
"Aspettando?"
"Di venire deluso"


Trama

Dieci anni fa, il Jasad fu dato alle fiamme. La sua magia fu bandita. La famiglia reale assassinata. O almeno, questo è ciò che Sylvia vuole che la gente crede. L’Erede del Jasad è in realtà scampata al massacro e intende rimanere nascosta, soprattutto dall’esercito di Nizahl, che continua a dare la caccia al suo popolo. Ma un momento di rabbia cambia tutto. Quando Arin, l’Erede del Nizahl, insegue un gruppo di ribelli jasadi nel suo villaggio, Sylvia rivela accidentalmente la sua magia e cattura così l’attenzione. Ora l’Erede del Jasad, che tutti credono morta, è costretta a fare un patto con il suo più grande nemico: aiutarlo a cacciare i ribelli in cambio della vita. È l’inizio di un gioco mortale. Sylvia non può permettere che Arin scopra la sua vera identità, anche se l’odio tra gli Eredi comincia a trasformarsi in qualcosa di diverso. E mentre le maree cambiano intorno a loro, Sylvia dovrà scegliere tra la vita che vuole e quella che ha abbandonato


"Pensi che la tua mente sia una tabula rasa, su cui puoi costruire le tue reti di informazioni partendo da zero, attraverso la pura logica e la ragione. Ignori che ogni bambino entra in un mondo completamente unico, fondato su verità diverse. Costruiamo la nostra realtà sulle fondamenta che il nostro mondo pone per noi."


Recensione

Finalmente un enemies to lovers come si deve!
Niente instant love, zero moine, zero effusioni, nessun monologo interiore sulla straordinaria bellezza del nemico o sul cadere ai sui piedi ammirando il suo fisico scolpito.
No, qui abbiamo più regni che fanno i loro giochi politici e strategici, creature magiche, un regno distrutto e due eredi che definire nemici è riduttivo.
La protagonista è Sylvia, erede perduta del Jasad, regno che è stato distrutto dall'esercito del Nizahl. Il suo popolo è in fuga, molti si nascondono, altri sono divisi in fazioni, la maggior parte sono morti.
Nessuno sa che è sopravvissuta all'assalto e che ha passato i successivi 5 anni in una foresta con una donna Jasadi che l'ha sottoposta, giorno dopo giorno, a sfide assurde, diaboliche e letali, pur di liberare la magia di Sylvia (magia che le è stata bloccata grazie a delle manette).
Sylvia è prudente, preparata ad ogni evenienza, soprattutto alla fuga, rinnega il suo retaggio, il suo vero nome. Non crede che essere l'erede possa cambiare le sorti del suo regno. Quindi...mente, a tutti e a sé stessa.
Arin è l'erede del regno di Nizahl, rigido, impeccabile, potente e maniaco del controllo.
Da la caccia ai jasadi che si nascondono in tutti i regni, soprattutto ai ribelli. Non ha magia, ma la percepisce e il suo tocco non sbaglia mai.
I due stringeranno un accordo che li porterà a vivere a stretto contatto per tutto il libro.
Vi assicuro che se le daranno di santa ragione, esattamente come farebbero due nemici segnati da un passato di sangue e perdite.
Molto lentamente inizierà a crearsi un rapporto, ben costruito, di fiducia e rispetto.
Le loro interazioni sono sempre intriganti e con quel pizzico di tensione sempre presente in cui non sai se si parleranno come persone civili o se si lanceranno coltelli.
Sono davvero legati da un filo sottilissimo che potrebbe strapparsi al minimo errore.
Ma insieme sono davvero belli, io me ne sono innamorata.

Per quanto riguarda il worldbuilding ci vengono mostrati (in piccola parte) tutti i regni grazie alle prove che Sylvia dovrà affrontare in ogni regno.
Ci sono leggende, divinità dormienti, mostri e magia.
C'è un torneo che vedrà Sylvia alle prese con 3 prove mortali per garantirsi la sua libertà.
Ci sono molti regnanti che tessono le loro trame, creano alleanze e tradimenti, complottano per garantire il successo del proprio campione.
Ovviamente aspettatevi termini e nomi difficili da memorizzare e da associare ai tanti personaggi, forse vi metteranno in difficoltà nei primi capitoli ma, andando avanti con la lettura diventerà più semplice, anche per la ripetitività dei termini.
Per me è stata un ottima lettura, dinamica, coinvolgente e intrigante.

La mia valutazione


*-* *-* *-*


Autrice: Sara Hashem

Titolo: La regina è pronta a regnare

Serie: The Scorched Throne #2

Prezzo. 24,70   e-book 16,99

Link d'acquisto: QUI


Dilogia The Scorched Throne:

1)Dalle ceneri sorgerà una regina

2)La regina è pronta a regnare


Trama

Sylvia è stata catturata dagli Urabi, convinti di poter riconquistare il loro antico potere grazie all’Erede del Jasad. Dopo anni passati a negare la sua eredità e aver stretto un’alleanza proibita con il più grande nemico del Jasad, ora deve conquistare la fiducia del gruppo mentre lotta per mantenere il controllo tanto della propria magia quanto della propria mente. Nel regno rivale, Arin è combattuto fra i sacri editti che ha giurato di difendere e il desiderio di suo padre di reprimere la ribellione in corso. L’Erede del Nizal è determinato a trovare Sylvia prima dell’esercito, ma la ricerca lo porterà a scoprire verità oscure sulla sua famiglia e a mettere in discussione tutto ciò in cui ha sempre creduto. La guerra è inevitabile, e Sylvia non ha intenzione abbandonare di nuovo il suo popolo. Per la prima volta nella sua vita non vuole solo sopravvivere. Vuole vincere. In ogni volume un esclusivo segnalibro.


Recensione


The Jasad Crown è stato un viaggio intenso, doloroso e profondamente emotivo, una storia che ti trascina pagina dopo pagina senza concederti tregua.

Dopo gli eventi di The Jasad Heir torniamo accanto a 𝑺𝒚𝒍𝒗𝒊𝒂, ormai intrappolata in un destino che non può più ignorare. I regni sono sull’orlo della guerra, la magia proibita torna a reclamare spazio e le verità legate a 𝑱𝒂𝒔𝒂𝒅 emergono con una forza impossibile da fermare.

Sylvia e 𝑨𝒓𝒊𝒏 sono separati, ma solo nel corpo. Attraverso la magia, infatti, i loro incontri continuano a intrecciarsi oltre la distanza, e ogni volta è come riaprire una ferita mai guarita, e il mio cuore non ha mai smesso di sanguinare.

Dovrebbero essere nemici, dovrebbero smettere di scegliersi e invece continuano a trovarsi, ferendosi e salvandosi nello stesso istante, pronti a mettere in discussione regni, doveri e perfino se stessi pur di proteggere l’altro.

Ma, se devo essere sincera, per me la vera anima della storia non è stata la guerra imminente né il complesso gioco politico.

È 𝐒𝐓𝐀𝐓𝐎 𝐀𝐑𝐈𝐍.

Arin è uno di quei personaggi che non chiedono di essere amati, e proprio per questo finiscono per diventarti immensi.

Deve essere controllato, freddo, distante, schiacciato dal ruolo che deve incarnare e dalle aspettative che lo tengono in gabbia. Eppure, tra le crepe di quella perfezione apparente, emerge tutta la sua umanità.

Ho sofferto con lui in modo quasi fisico. Ogni scelta trattenuta, ogni emozione soffocata, ogni sacrificio silenzioso pesa tra le righe. Più la storia avanzava, più sentivo la sua solitudine, il conflitto tra ciò che deve essere e ciò che vorrebbe concedersi di sentire davvero.

È raro trovare un personaggio capace di sostenere da solo un intero carico emotivo, ma Arin per me è stato esattamente questo: il battito costante della narrazione, il cuore che continua a pulsare anche quando tutto sembra crollare.

Sylvia, così come 𝑺𝒆𝒇𝒂 𝒆 𝑴𝒂𝒓𝒆𝒌, restano fondamentali per lo sviluppo della trama e per l’equilibrio della storia, ma emotivamente non mi hanno raggiunta allo stesso modo. Il mio cuore tornava sempre lì: alle battaglie silenziose di Arin, ai suoi sacrifici, al dolore che porta con sé fin dall’infanzia, alla fragilità nascosta dietro il controllo e a quell’amore incrollabile che continua a guidarlo anche quando tutto gli chiede di rinunciare.

La scrittura di Sara Hashem si conferma potentissima, creando una tensione costante, dove ogni decisione ha un prezzo e ogni bivio significa inevitabilmente perdere qualcosa.

Arrivata all’ultima pagina ho provato quella malinconia dolceamara di aver salutato personaggi che continueranno a vivere oltre il libro, tra le pieghe del mio cuore.

Non ho amato ogni personaggio allo stesso modo, è vero. Ma questa resta una dilogia che consiglio senza esitazione, perché la verità è che non sono pronta a lasciare andare questa storia e ho bisogno di tornarci, consapevole che forse avrei avuto bisogno di qualche pagina in più per imparare a dirle addio.


La mia valutazione


Alla prossima
Luce <3

venerdì 20 marzo 2026

Recensione "Eredità", Lilli Gruber

 


Autrice: Lilli Gruber

Titolo: Eredità

Prezzo: 14,90   e-book 7,99

Link d'acquisto: QUI


Trama

È il novembre del 1918, e il mondo di Rosa Tiefenthaler è andato in frantumi. L'Impero austroungarico in cui è nata e vissuta non esiste più: con poche righe su un Trattato di pace la sua terra, il Sudtirolo, è passata all'Italia. "Il nostro cuore e la nostra mente rimarranno tedeschi in eterno", scrive Rosa sul suo diario. Colta e libera per il suo tempo, lo tiene da quasi vent'anni, dal giorno del suo matrimonio con l'amato Jakob. Mai avrebbe pensato di riversare nelle sue pagine una così brutale lacerazione. Ne seguiranno molte altre. In pochi anni l'avvento del fascismo cambia il suo destino. Cominciano le persecuzioni per lei e per la sua famiglia, colpevoli di voler difendere la loro lingua e la loro identità: saranno arrestati, incarcerati, mandati al confino. E Rosa assiste impotente al naufragio di tutte le sue certezze. Intorno a lei, troppi si lasciano sedurre da un sogno pericoloso che si sta affacciando sulla scena europea: quello della Germania nazista. Non potrà impedire che Hella, la figlia minore, sia presa nel vortice dell'ideologia fatale di Hitler. E presto dovrà affrontare la scelta impossibile tra l'oppressione e l'esilio. Nata austriaca, vissuta sotto l'Italia, morta all'ombra del Reich, Rosa è il simbolo dei tormenti di una terra di confine. Su quella frontiera è cresciuta Lilli Gruber, sua bisnipote, che oggi attinge alle parole del suo diario. E racconta una pagina di storia personale e collettiva in questo libro teso sul filo del ricordo.


Recensione

Tutti siamo abituati a Lilli Gruber giornalista e conduttrice di talk show, con le sue domande ficcanti ad incalzare il politico sovranista di turno ed il suo sostegno incrollabile verso le pari opportunità uomo-donna. Spesso ci dimentichiamo che - nonostante il suo italiano forbito - la sua lingua madre è il tedesco e che il suo nome completo e Dietlinde.

Ma Lilli Gruber è anche una straordinaria scrittrice. "Eredità" è innanzitutto un'intima vicenda familiare che ripercorre la storia della bisnonna Rosa, donna volitiva ed indipendente che gestisce con mano ferma la sua famiglia di proprietari terreni, il tutto nel Sud-tirolo maschilista, iper-conservatore ed ultracattolico di inizio Novecento.

Parallelamente alla vicissitudini della famiglia Tiefenthaler, il romanzo attraversa le vicende epocali che vanno dal 1914 al 1945, a seguito delle quali il Sud Tirolo (come il resto d'Europa) non sarebbe stato più lo stesso: un argomento che sarebbe fondamentale studiare anche a scuola, visto che ci fornisce gli strumenti interpretativi per il territorio che oggi chiamiamo "Provincia autonoma di Bolzano". La vittoria dell'Italia nella Prima Guerra Mondiale è vissuta da Rosa come una sconfitta - lei che si è sempre orgogliosamente sentita una cittadina austroungarica - in quanto spiana la strada al tentativo di assimilazione etnica avviato dal Regno d'Italia e divenuto opprimente sotto il Fascismo.

Ma la realtà è più complessa di quello che sembra: Lilli Gruber non risparmia niente e nessuno, a partire dal sentimento filonazista di molti sudtirolesi (come la sua prozia Ella) nella speranza che il Sud Tirolo sia annesso al Reich. Speranza che come sappiamo sarebbe stata una pia illusione, alla luce dell'alleanza Hitler-Mussolini forgiata dal Patto d'Acciaio. In compenso l'Asse Roma-Berlino porta al meccanismo delle "Opzioni", sconosciuto ai più e che invece è fondamentale conoscere per inquadrare correttamente la complessità sudtirolese.

"Eredità" è un romanzo bellissimo e da leggere tutto d'un fiato, al termine del quale si fa strada un sentimento di gratitudine: viviamo in un'Europa da 70 anni in pace, dove le minoranze sono tutelate e l'assimilazione etnica ha lasciato il posto al multilinguismo. Lilli Gruber stessa - in uno dei passi pià toccanti del romanzo dove si interroga sulla sua identità meticcia italo-austriaca - non a caso afferma di sentirsi innanzitutto cittadina d'Europa.


La mia valutazione


Alla prossima

Luce <3

giovedì 19 marzo 2026

Recensione "Ovunque sarai", Olga Watkins

 


Autrice: Olga Watkins

Titolo: Ovunque sarai

Prezzo: 18,90  e-book 4,99

Link d'acquisto: QUI


"Non basta il senso di colpa a indurre una ragazza a fare tutto quello che hai fatto, a correre tutti i rischi che hai corso" continuò. "Solo una cosa può avertelo fatto fare: l'amore"

Trama

Marzo 1945. Una ragazza cammina verso gli imponenti cancelli del campo di concentramento di Dachau. Guardie armate stanno appoggiate al muro, tengono con arroganza i fucili di traverso sulle spalle. Torri di avvistamento circondate da metri e metri di filo spinato si stagliano contro il blu del cielo. La ragazza tira un respiro profondo. È troppo tardi per tornare indietro. Non ha documenti. Non ha identità. Potrebbe essere catturata in qualunque istante e imprigionata. E non è per questo che ha fatto tutta quella strada, che sta sfidando la morte. Solo una cosa l’ha spinta fino alle porte dell’orrore: l’amore.

L’incredibile odissea di una giovane ragazza di vent’anni nell’inferno della Shoah e nel cuore del Terzo Reich per ritrovare Julius, l’uomo che ama. Un viaggio lungo 3.330 chilometri, da Zagabria a Budapest, da Dachau a Norimberga, sfidando la polizia segreta, gli eserciti, la delazione, le frontiere, i bombardamenti. La determinazione di Olga nell’inseguire il suo uomo per un amore che ha ben pochi ricordi concreti – un bacio sulle labbra, qualche serata all’opera, poco di più – non si arresta di fronte a nulla. A nessun impedimento. A nessuna beffa del destino. Nemmeno ai cancelli di Buchenwald, il campo dell’orrore.


"Sono entrata a Dachau di mia volontà per salvare l'uomo che amavo"

Recensione


“Ovunque sarai” è un romanzo autobiografico, narrato in prima persona e con una scrittura semplice. Un narrato dal forte impatto emotivo perché trattasi di una storia vera. La protagonista è una donna come noi che si trova ad affrontare qualcosa più grande di lei, a essere, suo malgrado, testimone di qualcosa di orrendamente inspiegabile.

Le scene vengono narrate con fluidità tanto da riuscire a catturare il lettore e farlo sentire parte integrante della storia.

Inizialmente sembra una storia d’amore fiabesca, un love story contrastata, ma in seguito lo sfondo in cui si svolge diventa sempre più nero e lo scenario è inserito in uno dei periodi più bui che l’umanità ricordi.

Non ci sono incantesimi, magie, stregonerie né mostri alieni ma la mano dell’uomo che con crudeltà raggiunge ferocia e spietatezza inesprimibili e inspiegabili contro i suoi simili.

Una fiaba nera che viaggia tra la fine del 1943 e il giugno 1945.

Olga Watkins non è stata una scrittrice, non ho trovato altri scritti all’infuori di questo romanzo.

Olga Watkins è diventata scrittrice perché la sorte, il destino o il fato ha voluto che lei vivesse una, tanto incosciente quanto coraggiosa, storia d’amore nell’Europa nazista, in un periodo di indicibile orrore e crudeltà.

È stata convinta da un amico di famiglia a scrivere le memorie della sua odissea e

con l’aiuto del giornalista James Gillespie il libro è stato pubblicato nel 2012.

Gli appunti sono diventati una testimonianza depositata e conservata all’Imperial war Museum di Londra.

Ne consiglio vivamente la lettura


La mia valutazione

Alla prossima

Luce <3


“Tutti noi siamo soli nella nostra sofferenza. Nessuno può comprendere del tutto il dolore di un’altra persona”.

mercoledì 18 marzo 2026

WWW... Wednesday #304

Il WWW Wednesday, è una rubrica settimanale ideata da MizB (Should be Reading) nata per far sapere a voi lettori le mie letture appena concluse, quelle attuali e le prossime!!

 1. What are you currently reading? Che cosa stai leggendo?


Su audible ho iniziato questo, dopo aver concluso Goblet of Fire


L'ho quasi finito, poi inizio il seguito; la recensione uscirà una volta finita la dilogia intera

 2.What did you recently finish reading? Cosa hai appena finito di leggere?


Recensione QUI


Recensione QUI


Recensione online domani


Recensione online venerdì

Ieri ho concluso anche una richiesta, la cui recensione non uscirà prima di aprile

3. What do you think you’ll read next? Cosa pensi leggerai in seguito?



Appena concludo Same but different, leggerò questi 


Questo è il www 304 e voi cosa state leggendo? Cos'avete letto? Cosa leggerete?

martedì 17 marzo 2026

Le libere donne - serie tv - raiplay (recensione)

Buongiorno; oggi vi parlo di una nuova serie tv che trovate su raiplay


Titolo: Le libere donne
Paese: Italia
Anno: 2026
Formato: serie tv
Genere: drammatico
Episodi: 6
Durata: 65 min (episodio)
Lingua originale: italiano



Informazioni

Le libere donne è una serie televisiva italiana diretta da Michele Soavi e coprodotta da Rai Fiction ed Endemol Shine Italy, trasmessa su Rai 1 a partire dal 10 marzo 2026.

La serie è tratta dal romanzo Le libere donne di Magliano di Mario Tobino (pubblicato da Mondadori Libri) e vede come protagonisti Lino Guanciale, Grace Kicaj, Gaia Messerklinger e Fabrizio Biggio. La storia è ambientata all’interno dell’ex ospedale psichiatrico di Maggiano e racconta le vicende di alcune donne ricoverate nella struttura, esplorando le loro storie personali, le fragilità e il desiderio di libertà in un contesto segnato da regole rigide e stigma sociale.



Trama

Ambientata tra Lucca e Viareggio durante la seconda guerra mondiale, la serie racconta la storia dello psichiatra e poeta Mario Tobino, medico dell’ospedale psichiatrico femminile di Maggiano dove è giunto alla fine del 1942 dopo essere stato congedato dal fronte libico. Con un approccio umano e non convenzionale, Tobino si confronta con i metodi rigidi e repressivi dell’istituzione, cercando invece di restituire dignità, ascolto e comprensione alle pazienti ricoverate, molte delle quali sono state internate ingiustamente o per aver manifestato un comportamento ritenuto troppo libero per l’epoca.

All’interno dell’ospedale Tobino vive e lavora a stretto contatto con colleghi che spesso hanno visioni molto diverse dalla sua, trovando però sostegno in un giovane medico con cui instaura un rapporto di amicizia e fiducia.

La sua vita cambia con l’arrivo di Margherita Lenzi, una giovane donna rinchiusa nella struttura dal marito contro la propria volontà. Dubitando della sua presunta follia, Tobino inizia a indagare sulla sua storia, sospettando che possa essere vittima di un grave abuso e di un tentativo di appropriazione della sua eredità. Questa ricerca della verità lo porterà a confrontarsi con dilemmi morali e rischi personali, mentre riemerge dal suo passato un antico amore, Paola Levi, nel frattempo divenuta una staffetta partigiana.



Recensione

Appena approdata su Rai 1 (dal 10 marzo 2026), e Raiplay, Le libere donne si presenta come un viaggio viscerale nei sotterranei dell’anima umana. Prodotta da Rai Fiction ed Endemol Shine Italy, la serie porta la firma di Michele Soavi, che abbandona le tinte noir per abbracciare una regia immersiva e psicologica a tutti gli effetti. La fotografia, curata per restituire il contrasto tra il gelo della Lucca fascista e il calore febbrile del manicomio di Maggiano, incornicia le interpretazioni magistrali di Lino Guanciale, nei panni del medico-poeta Mario Tobino, e della rivelazione Grace Kicaj (Margherita Lenzi). Tratta dal capolavoro di Tobino, la serie ci ricorda che, a volte, le mura di un ospedale psichiatrico sono meno opprimenti delle convenzioni sociali e politiche che regolano il mondo esterno.



La serie si distingue per una ricostruzione storica che va oltre la semplice estetica, scavando nelle dinamiche di potere del regime fascista applicate alla psichiatria. E, attraverso il personaggio di Mario, assistiamo a una critica feroce verso un sistema che usava l’internamento come strumento di controllo sociale, specialmente verso il genere femminile. Come sottolinea lo stesso protagonista interpretato da Guanciale:

“Perché la vera follia non è qui dentro il manicomio ma qui fuori. Che senso ha cercare di essere d’aiuto quando tutto attorno c’è solo violenza, menzogna e dolore? Devo accettare che è così.”

Il manicomio diventa dunque paradossalmente l’unico luogo dove si può ancora scorgere la verità dietro le apparenze.

La narrazione si apre nel dicembre del 1942. Lo psichiatra Mario Tobino torna dal fronte libico e approda a Maggiano, dove si ritrova in un microcosmo di donne “interrotte”. Un luogo in cui la scienza dell’epoca risponde al dolore con l’elettroshock del dottor Parisi sotto la rigida disciplina del direttore Roncoroni. Al centro del racconto troviamo il caso di Margherita Lenzi, una donna che, per sfuggire alle violenze del marito avvocato e alle trame per sottrarle l’eredità, compie un atto di estremo scandalo. Decide di scappare dall’abitazione per poi andare nuda sotto la neve davanti al Duomo di Lucca, proprio nella notte di Natale.

L’incontro tra Tobino e Margherita non è solo un rapporto medico-paziente, bensì l’ incontro tra due anime che cercano la verità sotto le macerie del fascismo. Tobino intuisce subito che il disagio di queste donne ha radici ben più profonde di quanto sembri. Egli sostiene infatti che:

"Ognuna di loro ha la sua storia… in molti casi la malattia è il risultato di una vita di oppressioni, privazioni, povertà, ignoranza. Ma soprattutto è la probabile conseguenza di nascere donna in un mondo dominato dai maschi.”

Mentre fuori infuria la guerra e la resistenza di Paola Levi accende le speranze partigiane, dentro il manicomio troviamo Tobino che combatte la sua battaglia personale. Vuole restituire  la dignità a chi è stata privata della voce.

Il punto di forza della serie risiede sicuramente nella sua capacità di farci guardare attraverso la follia. Emblematica l’iniziazione del primo episodio: Margherita che guarda fuori da una finestra attraverso una fessura da lei creata. Si tratta di giornali appesi alla finestra. Ed è proprio fra quei pezzi di carta, che cerca la luce, aprendo un varco nella narrazione che gli altri hanno costruito su di lei. Il giornale sembra proprio rappresentare la definizione sociale, la parola maschile che incasella e giudica. Lo strappo è dunque l’inizio della sua soggettività. Margherita sceglie paradossalmente la “matta” come maschera protettiva contro un’esistenza di abusi, arrivando a dichiarare con orgoglio ferito:

"Meglio essere matta, che essere come voi"

La follia (capisce di spaventare il potere)  come strategia di sopravvivenza. E in un mondo dominato dalla violenza, sembra l’unico modo per essere forti contro l’oppressione fisica. I lividi di Margherita, visibili sin dal primo ingresso in reparto, sono i primi segni di una realtà domestica ben precisa. Per lei,  infatti, il manicomio diventa un rifugio: un luogo dove può finalmente smettere di fingere, dove può essere una donna libera nella sua diversità, scappata da una realtà esterna ancora più coercitiva.

Il manicomio di Maggiano appare come una proiezione fisica dell’Ombra collettiva della società fascista. Le pazienti non sono tutte necessariamente “guaste”, ma incarnano quegli aspetti del femminile che la società dell’epoca voleva rimuovere: la sessualità, l’intelletto, la ribellione, il dolore incontenibile. Tobino d’altro canto agisce come l’archetipo del guaritore ferito. Decide di non osservare le pazienti dall’alto, bensì “entra nei loro mondi”, riconoscendo che la sua stessa sensibilità poetica è anch’essa una forma di “follia”. Che che agli occhi di un regime basato sulla forza bruta e sulla repressione dei sentimenti, appare anomala. La cosiddetta sensibilità emotiva, che secondo il regime non dovrebbe appartenere al maschile.

Questo approccio ribalta il concetto di cura. Non si tratta di riportare le donne a una funzionalità sociale, ovvero farle tornare mogli ubbidienti, ma di aiutarle nel processo di individuazione. La scelta di Margherita di identificarsi con la follia è un atto di separazione eroica dall’Io sociale corrotto per proteggere il proprio Sé autentico. La “malattia” diventa così una barriera contro un ambiente patogeno esterno. Tobino, a differenza dei suoi colleghi, non cerca di “riparare” le donne, bensì di ascoltare il messaggio simbolico che la loro psiche sta urlando attraverso i loro sintomi.

Le libere donne si inserisce in un filone cinematografico che ha fatto della critica all’istituzione un manifesto politico. Se nel film con Jack Nicholson il manicomio era la metafora del potere castrante dello Stato, qui Soavi aggiunge la dimensione di genere. Le donne non sono solo prigioniere della psichiatria, ma di un sistema patriarcale che usa la diagnosi medica per punire l’indipendenza.

Possiamo dunque dire che rappresentare la malattia mentale significa, prima di tutto, restituire la parola a chi è stato messo a tacere. In un’epoca che ancora fatica a gestire il disagio psichico, Le libere donne ci vuole avvertire. Vuole dirci che la vera follia non è necessariamente legata a uno squilibrio chimico, ma è spesso il risultato di un mondo che non accetta la libertà di sentirsi diversi.

La mia valutazione


Alla prossima

Luce <3