Autrice: Manuela Ricci
Titolo: Rain with me
Prezzo: 17,99 e-book 2,99
Link d'acquisto: QUI
Serie Rain:
1)Rain with me
2)Rain with you
Trama
Corri nella tempesta.
Se cadi… io non ti lascio.
Nelle periferie di Chicago, quando la pioggia scende e l’asfalto diventa una lama lucida, le corse clandestine non sono un gioco.
Sono una legge non scritta.
E chi sbaglia, paga.
Nel circuito illegale c’è un nome che circola come una minaccia.
Nessuno l’ha mai vista davvero.
Nessuno conosce il suo volto.
Tutti la chiamano Rain.
C’è chi giura sia un uomo.
C’è chi dice che non perda mai.
Quello che è certo è che, quando Rain corre, qualcuno non torna a casa vincitore.
Rain guida per necessità.
Un ricatto le tiene la vita in pugno e ogni gara è un debito da saldare.
Scende in pista solo di notte, tra magazzini abbandonati, ponti industriali e strade consumate della South Side.
Corre per sopravvivere.
E per sparire prima che qualcuno possa avvicinarsi troppo.
Kai Donovan arriva da un mondo completamente diverso.
Ricco, intoccabile, cresciuto nel lusso delle zone alte della città.
Corre per sentire qualcosa, perché il vuoto che si porta dentro è più pericoloso di qualsiasi curva presa a cento all’ora.
Quando Kai incrocia Rain sotto un temporale, tra fari accecanti e fumo di gomme, capisce subito che non è solo una sfida.
È un’ossessione.
Tra loro nasce una tensione feroce, fatta di sguardi trattenuti, provocazioni e desiderio che brucia più dell’asfalto bagnato.
Ma nel mondo delle corse clandestine di Chicago nessuno è innocente e ogni legame è un punto debole.
Qualcuno li osserva.
Qualcuno li usa.
Qualcuno ha interesse a vederli distrutti.
Mentre le gare diventano sempre più estreme e la pioggia cancella ogni certezza, Rain e Kai dovranno scegliere se continuare a correre da soli…
o rischiare tutto insieme.
Perché a volte l’amore non salva.
A volte è solo un’altra corsa verso il baratro.
Recensione
Oggi vi parlo di questo romanzo di Manuela Ricci, che so già prevedere un seguito, in uscita il 23/3. Protagonisti sono Rain e Ka. Rain è nata e cresciuta nella parte malfamata della città ,corre per sopravvivere, letteralmente, vittima di un sistema che non solo l'ha fatta crescere troppo in fretta ,ma che la tiene prigioniera ,la costringe a vincere. Lei non si fida più di nessuno, lei non ha bisogno di nessuno,tutto ciò che fa lo fa per difendere suo fratello.
Kai è il nostro Golden Boy, con un cognome pesante dal quale cerca di fuggire , una vita che gli sta stretta, una famiglia che non vuole lasciarlo andare.
Il primo incontro tra Kai e Rain è descritto cosi bene che sentirete l'adrenalina delle corse, i sentimenti, il silenzio negli sguardi.
Kai lotterà per fare capire a Rain che è degno della sua fiducia, sarà difficile farle abbassare la guardia ma sicuro dei suoi sentimenti non si arrenderá.Ci saranno un sacco di colpi di scena, in tanti faranno in modo di dividereli, alcuni vogliono Rain e una sola persona abbastanza potente farà di tutto per far ritornare Kai alla sua vecchia vita.
A quattordici anni le ragazze sognavano.
Lo vedevo nei corridoi della scuola, nei quaderni decorati con adesivi,
nelle conversazioni sussurrate prima che suonasse la campanella.
Sognavano università lontane, città con nomi che sembravano promesse,
amori che dicevano per sempre senza sapere cosa volesse dire davvero.
Sognavano fotografie con il sole giusto addosso, vestiti scelti con cura,
qualcuno che le guardasse come se fossero già complete.
Sognavano di essere viste, senza dover scappare.
Io, a quattordici anni, imparavo a correre.
Non a correre verso qualcosa.
A correre via.
Chicago non mi aveva mai chiesto cosa volessi diventare. Non aveva
tempo per le domande. Mi aveva insegnato solo una cosa, con la brutalità di
chi non concede seconde possibilità: cosa succede a chi resta fermo. Le sue
strade non avevano pazienza per i sogni. Li prendevano, li schiacciavano
contro l’asfalto e li sputavano tra le crepe, lasciandoli lì a seccare come
gomme da masticare vecchie.
Mentre le mie coetanee aprivano quaderni nuovi e si scambiavano
promesse scritte a penna, io infilavo le mani in un volante troppo grande per
me. Il sedile odorava di benzina vecchia, di sudore maschile e di paura. Una
paura che non era mai detta, ma che si attaccava alla pelle come umidità.
Le ginocchia non arrivavano bene ai pedali. Dovevo sporgermi in avanti,
tendere i muscoli, tenere il corpo rigido per compensare. Ma non importava.
Non aveva mai importato la comodità.
Importava sentire.
Sentire il motore vibrare sotto le dita, come un animale trattenuto a
forza.
Sentire il limite, quel confine sottile tra controllo e perdita.
Sentire l’istante preciso in cui qualcosa dentro di me si chiudeva… e
qualcos’altro prendeva il suo posto.
Era l’istante in cui smettevo di essere una bambina.






























