giovedì 11 giugno 2026

Recensione "Memorie di una Geisha", Arthur Golden


Autore: Arthur Golden
Titolo: Memorie di una Geisha
Prezzo: 13,30
Link d'acquisto: QUI



Trama


Un clamoroso caso letterario internazionale
La commossa rievocazione di un mondo scomparso
Uno straordinario ritratto femminile dalla voce indimenticabile

Circondate da un'aura di mistero, le geishe hanno sempre esercitato sugli occidentali un'attrazione quasi irresistibile. Ma chi sono in realtà queste donne? A tutte le domande che queste figure leggendarie suscitano, Arthur Golden ha risposto con un romanzo, profondamente documentato, che conserva l'immediatezza e l'emozione di una storia vera. Che cosa significa essere una geisha lo apprendiamo così dalla voce di Sayuri che ci racconta la sua storia: l'infanzia, il rapimento, l'addestramento, la disciplina - tutte le vicende che, sullo sfondo del Giappone del '900, l'hanno condotta a diventare la geisha più famosa e ricercata.



Recensione

Memorie di una geisha è la storia di Sayuri, narrata in prima persona dalla protagonista, ormai anziana e ritirata a vita privata a New York. La vecchia geisha ripercorre tutta la sua vita, sin da quando, piccolissima, venne venduta dalla sua famiglia insieme a sua sorella Satsu. Sayuri, che all’epoca si chiamava Chiyo, ha maggior fortuna della sorella: grazie ai suoi occhi azzurri – una rarità, nel popolo giapponese – e al bel viso viene destinata a un’okiya, una casa di geishe, mentre la sorella finisce in un ben più triste bordello.

Le due ragazze progettano di fuggire insieme, ma ad avere fortuna stavolta è Satsu: mentre lei scappa, Chiyo viene scoperta, punita e condannata a interrompere il suo addestramento come geisha e a rimanere per sempre una serva.

La cosa non turba particolarmente la ragazzina: ad angosciarla è soltanto aver perso per sempre anche la sorella, l’ultimo membro della famiglia che le era rimasto.
Ma la situazione è destinata a cambiare quando, durante una commissione, incontra un uomo dall’aria distinta che vedendola piangere si ferma per consolarla.

"L’uomo che si era rivolto a me in quella strada aveva lo stesso tipo di volto largo, sereno. Inoltre le sue fattezze erano così lisce e calme da farmi pensare che lui sarebbe rimasto lì, in silenzio, finché io non fossi stata più infelice. Doveva avere all’incirca quarantacinque anni, con i capelli brizzolati pettinati all’indietro. Ma non riuscii più a guardarlo. Mi era sembrato così elegante che ero arrossita e avevo distolto gli occhi."

Di fianco a lui c’erano, da un lato, due uomini più giovani e, dall’altro, una geisha.

Sentii quest’ultima dirgli a voce bassa: «È soltanto una domestica! Probabilmente ha picchiato l’alluce mentre correva a fare una commissione. Sono sicura che qualcuno verrà tra breve ad aiutarla».

«Vorrei avere la tua stessa fiducia negli esseri umani, Izuko–san», replicò l’uomo.

«Lo spettacolo comincerà fra un attimo. Ascolti, presidente, non credo che lei debba sprecare altro tempo…»

Mentre facevo le commissioni a Gion, mi era capitato spesso di sentire la gente rivolgersi ad alcuni uomini chiamandoli «capi dipartimento» o anche, qualche volta, «vice presidente».

[…]

«Vuoi forse dirmi che stare qui ad aiutarla è una perdita di tempo?» chiese il Presidente alla geisha.

«Oh, no», replicò lei. «È che di tempo non ne abbiamo proprio. Rischiamo già adesso di arrivare in ritardo per la prima scena.»

[…]

«Ecco… sei una splendida ragazza che non deve vergognarsi di niente al mondo», disse. «Eppure non osi guardarmi. Qualcuno ti ha trattato con cattiveria… o forse è stata la vita ad essere crudele con te.»

«Non so, signore», replicai, benché, naturalmente, lo sapessi benissimo.

«Nessuno di noi trova su questa terra tanta bontà come desidererebbe», continuò, stringendo un attimo gli occhi come per dirmi che avrei dovuto meditare seriamente sulle sue parole.

Avrei desiderato più di ogni altra cosa al mondo rivedere ancora una volta la pelle liscia del suo volto, la sua ampia fronte, le palpebre simili a guaine di marmo sui suoi occhi gentili; ma fra noi si apriva un abisso sociale. Alla fine feci lampeggiare in alto il mio sguardo, pur arrossendo e distogliendolo così in fretta che lui forse non se ne rese neppure conto. Ma come posso descrivere ciò che vidi in quell’attimo? Mi stava guardando nello stesso modo in cui un musicista fissa il proprio strumento un istante prima di cominciare a suonarlo, con affetto e padronanza.

Prima di andarsene il Presidente le fa dono di alcune monete avvolte in un fazzoletto. Desolata per il congedo, la piccola comincia a pensare freneticamente e a riconsiderare la sua condizione.

Mi resi conto di un particolare che avevo sempre trascurato: il punto non era diventare una geisha, ma esserlo. Diventare una geisha… non si poteva certo definirlo uno scopo nella vita; ma esserlo…

Riuscii a vederlo come un importante passo verso qualcos’altro. Se non mi ero sbagliata sull’età del Presidente, non doveva avere più di quarantacinque anni. Molte geishe erano diventate famose già a venti e la stessa Izuko non doveva averne più di venticinque. Io ero ancora una ragazzina, neanche dodicenne… ma dopo altri otto anni sarei stata sulla ventina.


Quell’uomo e la sua gentilezza fanno scattare qualcosa in Chiyo, che cambia idea sul suo futuro e sui suoi desideri, e corre immediatamente al tempio più vicino per fare un’offerta agli dei.


Gettai nella scatola delle offerte le monete (che da sole sarebbero bastate a garantirmi la fuga da Gion) e annunciai agli dèi la mia presenza battendo tre volte le mani e inchinandomi. Tenendo gli occhi ermeticamente chiusi e le mani giunte, li pregai di permettermi di diventare una geisha. Avrei sofferto le pene dell’addestramento e sopportato qualsiasi dura fatica pur di avere la possibilità di attrarre di nuovo l’attenzione di un uomo come il Presidente.


E gli dèi dimostrano la loro benevolenza quando, qualche mese dopo, si presenterà al suo okiya Mameha, una geisha famosissima e molto apprezzata (nonché rivale di Hatsumomo, geisha di punta dell’okiya di Chiyo). Mameha viene a chiedere di prendere la bambina come sua apprendista; una cosa inaudita, dato che con la sua fama avrebbe potuto scegliere qualsiasi ragazza volesse.

Ricomincia così la formazione di Chiyo, che affronterà anni e difficoltà
a dir poco durissimi.

Il libro, in sé, è bellissimo: scorre con una facilità estrema, ha una prosa ricca, poetica, mai noiosa; ha anche l’indiscusso merito di aver fatto conoscere un mondo chiuso e nascosto al popolo occidentale – anche se le numerose licenze poetiche ed inesattezze che il caro Arthur Golden ha infilato spacciandole per realtà dei fatti (facendo oltretutto passare velatamente il messaggio che le geishe siano prostitute) hanno fatto incazzare una delle geishe che l’autore aveva intervistato per il suo romanzo.

Chiyo sarà guidata per tutta la vita unicamente dal desiderio, dalla vera e propria smania, di rivedere e di avere nella sua vita il Presidente, il quale sarà sì presente, ma marginalmente.

L’ossessione di Sayuri non è buona, non è sana – e infatti porta la ragazza a compiere gesti disperati – ma dopo essere stata venduta dalla sua stessa famiglia è comprensibile che si innamori di un uomo che le ha mostrato tanta disinteressata gentilezza. Tuttavia, la sua intera esistenza sarà guidata e plasmata esclusivamente dall’idea di poter stare con lui.
Sayuri è consapevole che sarà pressoché impossibile, partendo anche solo dal fatto che lei è una geisha, e perciò un’intrattenitrice, e il Presidente è sposato, e non potrebbe mai lasciare la moglie – ricordiamo che il libro è ambientato grossomodo tra gli anni ’20 e ’70.

E il Presidente, in tutto ciò:

da qui vi avviso che ci sono spoiler

Al momento del loro primo incontro Chiyo ha undici anni, mentre il Presidente ne ha quarantacinque.

Trentaquattro anni di differenza, e se la cosa è trascurabile parlando dell’infatuazione della ragazzina – tralasciando per un attimo il fatto che da infatuazione si trasformerà in unico obiettivo di vita – diventa molto più difficile dimenticare questo “particolare” quando viene svelato che l’interesse è ricambiato sin dal primo momento: è stato infatti il Presidente a incaricare Mameha di cercare quella ragazzina dagli occhi azzurri che tanto lo aveva colpito e a chiederle di prenderla sotto la sua ala.

«Presidente», risposi, «in tutti questi anni mi sono chiesta se lei sapeva che ero io la ragazzina a cui aveva rivolto la parola.

Quel pomeriggio, quando stava per andare ad assistere alla rappresentazione di Shibaraku, lei mi diede questo suo fazzoletto.

Mi regalò anche una moneta…»

«Vuoi forse dire… che, anche quando eri soltanto un’apprendista, sapevi che io ero l’uomo che ti aveva parlato?»

«Ho riconosciuto il Presidente nel momento stesso in cui l’ho rivisto, al torneo di sumo. A voler essere sincera, mi stupisco profondamente che il Presidente si sia ricordato di me.»

[…]

Si interruppe un attimo, poi: «Ti sei mai chiesta perché Mameha è diventata la tua sorella maggiore?» mi domandò. «Mameha?» esclamai. «Non capisco. Che cosa ha a che fare Mameha con tutto questo?»

«Davvero non lo sai?»

«Sapere che cosa, Presidente?»

«Sayuri, fui io a chiedere a Mameha di prenderti sotto le sue ali. Le dissi che avevo incontrato una stupenda ragazzina, con un paio di affascinanti occhi grigi, e le chiesi di aiutarti, se mai avesse avuto modo di conoscerti. Le dissi che avrei coperto le eventuali spese. E, soltanto pochi mesi dopo, lei ti trovò. Da ciò che mi ha raccontato nel corso degli anni, certamente non saresti mai diventata una geisha senza il suo aiuto.»

Per quanto il momento sia meravigliosamente romantico e lo si sia atteso per tutto il dannato romanzo – il mio ebook reader dice che siamo al 95% del libro – dopo un po’ subentra la sottile consapevolezza che la cosa non è poi così normale, e il desiderio di puntare un ditino giudicante contro il simpatico Presidente – che però, alla fine, se lo tiene nel kimono per quarant’anni non la sfiora mai con un dito.
L’amore tra i due esiste, è forte, trascende un’intera esistenza; ma è tutto meno che un amore sano.

La mia valutazione


Alla prossima

Luce <3

mercoledì 10 giugno 2026

Recensione "Libera - storia di Anna", Alessandra Ziniti

 


Autrice: Alessandra Ziniti

Titolo: Libera storia di Anna

Prezzo: 16,15   e-book 11,99

Link d'acquisto: QUI


"Se un giorno entrerà un killer nella mia camera da letto, ricordati che a mandarmelo è stata sicuramente mia madre"


Trama

Anna è una donna in fuga, e il suo vero nome non lo sapremo mai. Da oltre un decennio lotta per sfuggire alla sua famiglia, che occupa i vertici della criminalità calabrese e non le perdona la sua scelta di libertà. Dopo l’assassinio del marito – una «lupara bianca» – Anna è rimasta sola con le sue due figlie, decisa a proteggerle da un destino già scritto. Senza segreti da rivelare, lo Stato non può offrirle
protezione; per lei, legalmente, il cambio di identità non è possibile e la sua libertà rimane appesa a un filo. Questa è la storia straordinaria di una donna che ha rischiato tutto per conquistarsi un futuro diverso: per quattro volte l’hanno trovata, per quattro volte lei e le sue figlie hanno dovuto abbandonare ogni cosa e ricominciare da capo. Ogni giorno è una battaglia, ma in don Luigi Ciotti e nella rete di «Libera» Anna ha trovato un’ancora di salvezza. È stata proprio la volontà di sostenerla nella sua ricerca di una nuova vita ad aver aperto la strada allo sviluppo del programma «Liberi di scegliere», che oggi offre sostegno a donne e minori in fuga dalle famiglie mafiose. Grazie a questo fondamentale supporto, oggi la figlia maggiore di Anna studia per diventare giudice penale minorile e difendere giovani con storie simili alla sua.
Un racconto di coraggio, resistenza e libertà: la testimonianza unica di un mondo incredibile e sconosciuto, svelato per la prima volta.
Persone come Anna, secondo la legge, non hanno nulla da offrire allo Stato per guadagnarsi la sua protezione. La loro, sottolinea don Ciotti, è però una testimonianza fondamentale: «Anche se non incide sul piano giudiziario, è preziosissima su quello simbolico: dà un esempio, traccia una strada, può seminare dubbi fecondi nei contesti dove avviene. Crea uno strappo dentro il tessuto compatto della subcultura mafiosa».


Il coniglio di pezza di Franci, la Winx di Giuliana. I pattini, i pattini prima di ogni

altra cosa. Scatolone 15, quello della stanza delle bambine. Ogni oggetto è un

pezzo di vita. Anna non intendeva lasciarsene dietro neanche uno, a costo di

rischiare qualcosa in più per quel trasloco di cui nessuno doveva accorgersi. Anche

se, a dirla tutta, proprio lei l’aveva detto a un sacco di gente, persino a sua madre.

Quella che aveva scelto di stare dall’altra parte, che l’aveva ignorata, ferita, tradita.

Quella che la chiamava «la pazza». E adesso «la pazza» sorrideva a denti stretti, gli

occhi a ricacciare indietro inutili lacrime, mentre ad alta voce coinvolgeva le sue

bambine negli ultimi preparativi di un viaggio senza ritorno.


Recensione

Oggi ho deciso di parlarvi di questo libro, di cui ho sentito parlare dalla stessa autrice, quando sono andata a fare un mini concerto alle scuole medie Cavour a Modena,  con il gruppo corale e strumentale, di cui faccio parte ormai da 9 mesi e mezzo (a settembre sarò dentro da 1 anno).

Ci sono storie che andrebbero lette a scuola; "Libera - storia di Anna" è tra queste: siamo in Italia, dove Anna, nome fittizio per questioni di sicurezza, nel 2025 decide di raccontare la sua storia ad Alessandra Ziniti, che l'ha conosciuta grazie all'associazione "Libera", una delle associazioni che aiutano donne come Anna, ad uscire dalla criminalità organizzata.

Scopriamo così che Anna è nata e cresciuta in Calabria, da una famiglia mafiosa, in cui lei, una volta adolescente, comincia a sentirsi "di troppo"; quando torna a casa da scuola, dopo aver visto un film che tratta proprio di mafia.. Inutile dire che, quando ad Anna scappa detto che l'ha visto, la famiglia non la prende affatto bene e le dice che i cattivi sono quelli che le hanno fatto vedere il film, non loro, la sua famiglia.

Quando poi, Anna si ritrova sposata con Nino, anche lui di famiglia mafiosa, le cose sembrano migliorare, questo finché un giorno, Nino non sparisce, lasciando sola Anna con le figlie Francesca e Giuliana (i nomi, ovviamente sono fittizi, non sono quelli reali); da qui Anna capisce che forse, chi lo ha ammazzato, è stata proprio la sua stessa famiglia e così, per non restare in quel mondo malato, Anna decide di scappare, con la complicità di don Luigi Ciotti, ma sarà una vita in fuga per quindici anni; le figlie sono costrette a dare nomi falsi a scuola, dalle elementari fino alle superiori.

E Francesca è quella che alla fine, una volta iniziata l'università, non ce la fa più, e dice la verità al ragazzo con cui ha deciso di stare; un ragazzo che per fortuna l'accetta per come è, anche adesso che lei sta per laurearsi in giurisprudenza per diventare magistrato, cosa che ha sempre voluto fare, come ha detto alla madre, quando se ne è resa conto.

C'è anche un fratello, avuto da un compagno che non è il padre delle ragazze, da cui però Anna si è separata.

Come ho detto, questa è una storia di resilienza, lotta per la libertà, una libertà conquistata con fatica e dolore, che dovrebbe essere letta da tutti.



La mia valutazione



Alla prossima

Luce <3


A ridarle la carica, qualche giorno dopo, erano state poche, agghiaccianti parole pronunciate dalla sua primogenita. Francesca aveva solo cinque anni, ma sembrava aver capito tutto. E, d’altra parte, Anna aveva scelto da subito la strada della verità. Alle sue figlie, seppur piccole, aveva spiegato che papà era morto, che i nonni erano cattivi e volevano allontanarle da lei, e che però stessero tranquille, che la mamma le avrebbe sempre tenute al sicuro. Tuttavia, un pomeriggio, avvicinandosi al divano dove lei stava svogliatamente sfogliando una rivista, Francesca le aveva detto: 

«Mamma, se mi lancio dal balcone e muoio, lo rivedo papà?». Le si era gelato il sangue, non era stata capace di dire una sola parola. L’aveva solo abbracciata forte forte.

martedì 9 giugno 2026

Recensione "Il viaggio di Elisabeth", Jostein Gaarder

 


Autore: Jostein Gaarder
Titolo: Il viaggio di Elisabet
Prezzo: 11,40  e-book 6,99
Link d'acquisto: QUI



Trama
Che i negozi di giocattoli siano per ogni bambino (e anche per più di un adulto) mondi incantati, pieni di sorprese e di meraviglie, non è certo un mistero. Ma. qual è invece il mistero che si cela dietro l’improvvisa scomparsa, proprio dal reparto giocattoli di un grande magazzino, di Elisabet Hansen, una ragazzina simpatica e volitiva? Semplice: quando ha visto un agnellino di peluche prendere vita e scappar via come un fulmine, Elisabet non ha saputo resistere alla tentazione d’inseguirlo per fargli anche soltanto una piccola carezza... E come darle torto? Tanto più che, ben presto, all’agnellino si sono affiancati alcuni angeli maliziosi e birichini, svariati personaggi biblici, il governatore della Siria, un altezzoso imperatore e altre pecore, formando così una straordinaria comitiva che ha preso a viaggiare a ritroso nel tempo e verso la Terrasanta. Ma qual è lo scopo di quel viaggio così singolare? A scoprirlo sarà un ragazzino, Joakim, aprendo, giorno dopo giorno, le ventiquattro finestrelle di un calendario dell’Avvento da cui cadono, come per magia, altrettanti misteriosi foglietti che lo trasportano in un altro tempo, in un altro mondo, in un’altra storia che, forse, è la storia di Elisabet... o forse no. Originalissimo e avvincente, Il viaggio di EIisabet è una sorta di giallo surreale che, tappa dopo tappa (o meglio finestrella dopo finestrella) coinvolge il lettore in un’emozionante caccia alla verità (ammesso che ve ne sia una soltanto), fondendo storia e leggenda, mito e realtà in una scrittura tesa e lucidissima, ma anche così naturalmente ingenua da sfiorare, a volte, la tenerezza.


Recensione

Jostein Gaarder è noto per Il mondo di Sofia, la storia di una ragazzina che scopre il magico mondo della filosofia, che vi ho recensito nel 2023.

Passiamo ora ai calendari dell’avvento: il viaggio di Elisabet è dentro il magico calendario dell’avvento comprato da Joakim, il bambino protagonista del libro.

Come ogni anno Joakim entra in libreria per acquistare il calendario dell’avvento e viene colpito da uno molto vecchio e bello; sembra non contenere né cioccolatini né pupazzetti di plastica e forse non è neppure in vendita. Il fascino delle cose antiche non svanisce mai e Joakim porta a casa questo oggetto così desueto.

La mattina del primo dicembre Joakim apre la casella numero 1 e ne esce un foglietto; sul foglietto è narrata la storia di Elisabet Hansen che insegue un agnellino di peluche il quale ha preso magicamente vita.

Per tutta la durata dell’avvento, fino a Natale, Joakim seguirà le avventure di Elisabet e il suo agnellino in giro per l’Europa e indietro nel tempo diretta, inutile dirlo, alla grotta di Betlemme.

Il fascino dei libri di Gaarder, professore di filosofia, sta dunque nel proporre concetti “difficili” in modo molto semplice e comprensibile da tutti, bambine divoralibri comprese.

Il mondo di Sofia sfrutta le basi del pensiero filosofico e fa sì che si pongano davanti alla ragazzina protagonista come dei quesiti di ordine pratico, quasi come un gioco.

Anche in Il viaggio di Elisabet Jostein Gaarder inserisce in un oggetto ludico, il calendario dell’avvento, qualcosa di didascalico: la storia.

Giorno dopo giorno Joakim scoprirà qualcosa sulla storia di piccole e grandi città europee tramite il resoconto delle avventure di Elisabet; l’ipotetico piccolo lettore viene in qualche modo invogliato ad andare oltre la pagina del romanzo.

Ora direte “eh… ma tu sei stata una bambina già curiosa ai tuoi tempi! Vai a sapere se i bambini di oggi si interessano ancora ai calendari dell’avvento, ai libri di autori norvegesi e ai viaggi per l’Europa…”

Tutto vero, però spero sempre che ci siano ancora bambini che non leggano solo perché le mamme li trascinano in libreria ma che siano loro a trascinare le mamme!


La mia valutazione

Alla prossima
Luce <3


lunedì 8 giugno 2026

7 blog per 1 autore: Maria Erika Martino

Buongiorno lettori e amanti delle serie tv! Come avevo preannunciato, da oggi comincia una nuova rubrica in collaborazione con altri 6 blog, di cui uno è quello di Federica, che gestisce Gliocchidellupo;  ma in cosa consiste la rubrica, 7 blog per 1 autore?


Riapre una rubrica tanto amata e dedicata agli autori, da un'idea di Federica del Blog Gli Occhi del Lupo. In precedenza chiamata 4 blog per un autore e ora cresciuta in 7 blog per un autore. Ogni settimana ospiteremo un autore con il suo romanzo ed entreremo meglio in ciò che ha scritto. Ringraziamo tutti coloro che si sono affidati a questa iniziativa.

Blog che vi partecipano:

LUNEDÌ - Tutto sul romanzo - IO AMO I LIBRI E LE SERIE TV

MARTEDÌ - Ambientazione - IN COMPAGNIA DI UNA PENNA

MERCOLEDÌ - Cast Dream - BOOKLOVERSBLOG

GIOVEDÌ - Un messaggio da scoprire - BUONA LETTURA

VENERDÌ - Un'immagine che racconta - LIBERA_MENTE

SABATO - Intervista all'autore - READING IS TRUE LOVE

DOMENICA - Intervista al personaggio - GLI OCCHI DEL LUPO


COVER + TRAMA + ESTRATTI

Raccontaci come hai scelto la cover, chi l’ha realizzata e qualche info in più rispetto alla trama scelta.



Le tre cover della trilogia di Siryon sono state realizzate da Sara Rocchia di Rocchia Design, che da sempre collabora con Words Edizioni. Sara ha saputo identificare fin da subito l’essenza di Siryon! Da parte mia aveva avuto come indicazione soltanto la presenza del blu e l’idea di un oggetto per ogni copertina. Le tre cover rappresentano, infatti, tre diversi elementi della storia: una corona, uno specchio e una spada. La corona è il simbolo del regno di Siryon, perfetta per il primo volume, incentrato proprio sulla riconquista del trono; lo specchio è invece un “passaggio”, un portale che viene scoperto nel secondo volume. La spada è rappresentativa del terzo volume poiché i protagonisti verranno incaricati di trovare la Spada di Vesya, un potentissimo manufatto elfico che sarà fondamentale per la storia. Come dicevo, l’elemento che accomuna le tre cover è il colore azzurro della klëurisithyen, il minerale che caratterizza la terra di Siryon e attraverso cui scorre la magia. Un tocco che ho apprezzato tantissimo è proprio il riflesso delle pietre all’interno dello specchio nel secondo volume! Un altro aspetto che mi piace tantissimo è che nessuno dei tre elementi viene mostrato completamente sulla facciata della copertina: tutti sono “ripiegati” sul dorso oppure “tagliati” verso il bordo, un dettaglio che, secondo me, contribuisce a creare un certo alone di mistero che decisamente non guasta!



Se volete scoprire di più, cercate WIKISIRYON su Wattpad! (https://www.wattpad.com/myworks/330896658-wikisiryon )



domenica 7 giugno 2026

The Handmaid's Tale - serie tv- Netflix (recensione)

Buongiorno, oggi vi parlo di una serie tv che trovate su Netflix


Titolo: The Handmaid's Tale
Paese: Stati Uniti d'America
Anno: 2017-2025
Formato: serie tv
Genere: drammatico, dispotico
Stagioni: 6
Episodi: 66
Durata: 40-65 min (episodio)
Lingua originale: inglese


Informazioni

The Handmaid's Tale, conosciuta anche come Il racconto dell'ancella, è una serie televisiva statunitense, ideata da Bruce Miller, prodotta dal 2017 al 2025 per sei stagioni e distribuita sulla piattaforma Hulu.

È tratta dal romanzo dispotico del 1985 Il racconto dell'ancella, dell'autrice canadese Margaret Atwood.

In Italia è stata distribuita sulla piattaforma TIMvision.



Trama

In un prossimo futuro distopico, il tasso di fertilità umana è in calo a causa di malattie e inquinamento. Dopo una guerra civile, il regime teocratico totalitario di Gilead prende il comando nella zona un tempo conosciuta come Stati Uniti d'America. La società è organizzata da leader assetati di potere e divisa in nuove classi sociali, in cui le donne sono brutalmente soggiogate e non possono lavorare, leggere e maneggiare denaro.

A causa dell’infertilità e del crollo delle nascite, le donne fertili, ribattezzate “Ancelle”, sono assegnate alle famiglie elitarie dove subiscono stupri rituali da parte del proprio padrone con lo scopo di dar loro dei figli.

Oltre alle Ancelle, gran parte della società è raggruppata in altre classi sociali. Le donne sono divise in gruppi contraddistinti da abiti di un colore specifico. Le "Ancelle" sono vestite di rosso, le "Marta" di grigio chiaro, le "Mogli" in varie tonalità di blu/verde e il resto della popolazione di grigio. Le Mogli gestiscono la casa, aiutate dalle Marta che fungono da domestiche. Le Ancelle sono istruite da donne chiamate "Zie", vestite in abiti color marrone scuro.La vita della popolazione è controllata dagli "Occhi", una sorta di polizia segreta che opera per scovare i ribelli.

June Osborne, ribattezzata Difred (ossia "di proprietà di Fred"), viene assegnata come Ancella alla casa del Comandante Fred Waterford e di sua moglie Serena Joy. Difred ricorda il “tempo che era”, dove conduceva una vita normale con il marito Luke e la figlia Hannah, ma può solamente seguire le regole di Gilead, nella speranza di poter tornare un giorno libera e ritrovare sua figlia.



Recensione

Portano distintivi, inequivocabili abiti scarlatti le ancelle di Gilead, giovani donne private dei loro diritti e della propria identità per dare figli all'élite di una repubblica che di fatto è una dittatura militare, nata dalle ceneri degli Stati Uniti nel corso una lunga e catastrofica guerra civile e globale. Rosso come il sangue mestruale delle ultime donne fertili di un mondo in cui i nidi sono vuoti per la piaga che ha colpito l'umanità morente; rosso e impetuoso come il sesso, che qui non è più naturale e gioiosa affermazione di vita ma diventa rituale freddo, irregimentato, nauseante, gestito dal sistema come ogni altra cosa; rosso come un segnale d'allarme per gli ubiqui e inesorabili Occhi, spie del regime e feroce braccio armato che non esita a prelevare i "trasgressori" per condurli nelle desolate Colonie, dove il contatto con scorie radioattive e rifiuti tossici causa una morte lenta e terribile.
Rosso come l'orrore di una schiavitù subdola e asettica, di una rabbia silenziosa, di una tensione crescente, e di una ribellione disperata. E inevitabile.

Il racconto dell'ancella di Margaret Atwood fu pubblicato ne 1985, ossia un anno dopo il fittizio 1984 orwelliano, e con il romanzo distopico di George Orwell l'opera da cui è tratta questa nuova serie di Hulu ha più di un tratto in comune, non ultimo lo status di classico.



The Handmaid's Tale arriva dunque sugli schermi di tutto il mondo per colpire stomaci e coscienze nel momento in cui è più vitale che questo succeda; c'è qualcosa di agghiacciante e allo stesso tempo di rassicurante in questo formidabile tempismo.

The Handmaid's Tale, creato per Hulu da Bruce Miller, abbraccia in pieno la prospettiva del romanzo di Margaret Atwood, narrato in prima persona dalla sua eroina. Così esploriamo il mondo della Repubblica di Gilead da un ovattato e soffocante angolo di mondo: sotto le "ali" del niveo copricapo che scherma dagli sguardi indebiti il volto dell'ancella che porta il nome dell'uomo che la possiede, Of-Fred, "di Fred". La guerra in corso, le letali Colonie, le tribolazioni del resto del pianeta sono fuori campo; sono titoli di giornali che a Offred è proibito leggere, scampoli di verità indistinguibili dalla propaganda.


Ma non è fuori campo il passato. Offred tiene vivo in sé il ricordo di ciò che è stato, della sua Hannah sopra ogni cosa, la prova della sua fertilità che le è stata strappata per essere allevata e cresciuta in vista del ruolo in cui un giorno anche lei sarà costretta a servire Gilead, senza possibilità di scelta come sua madre e come ogni altra donna. Ma anche il ricordo di un mondo diverso, un mondo in cui il nome di Offred era June e June andava dove voleva, faceva l'amore, usciva con le amiche, leggeva libri e ascoltava canzoni. Quel mondo è il nostro e Bruce Miller lo inserisce con grazia e spavalderia al cuore del classico ultratrentenne; e questo serve non solo ad acuire il contrasto tra il passato vivido, sensuale e concreto e il presente asettico e irreale della protagonista, ma anche a dare allo show un'anima vitale, persino ironica, che spiazza in un contesto tanto arido e dolente: un'energia che si accende con l'insurrezione interiore della protagonista a cui abbiamo il privilegio di partecipare.

Sembra incredibile essere arrivati a questo punto del nostro articolo senza aver fatto menzione di Elizabeth Moss, ma prendete anche questo fatto come una testimonianza della ricchezza di The Handmaid's Tale.

Se Moss ci inchioda con l'acciaio dei suoi occhi e con l'autorità di una delle voci-off più duttili e allusive che memoria ricordi, nessuno dei comprimari è meno che incisivo; per il momento ci limitiamo a sbalordirci di fronte all'inedita intensità della Gilmore girl Alexis Bledel e a commuoverci di fronte al calore e all'umanità di Samira Wiley, che abbiamo conosciuto dietro le sbarre di Orange is the New Black nei panni di Poussay Washington. I contributi tecnici sono parimenti encomiabili e rendono lo show bello visivamente quanto è prezioso e stimolante sul piano narrativo. La fotografia di Colin Watkinson inonda di luce le vie ordinate della città, insegue la tensione che adombra i volti, e si esalta nei cromatismi simbolici, mantelli scarlatti, soffitti azzurri, completi scuri, cuffie bianche; e le musiche di Adam Taylor hanno lo stesso minimalismo ed eleganza suggestiva della regia della semi-esordiente e brillante Reed Morano.


Ci sono state chiacchiere e levate di scudi nei giorni scorsi dopo che, presentando lo show a Tribeca, Elizabeth Moss e il resto del cast hanno dato la sensazione di voler lasciare scivolare via l'etichetta di "opera femminista" da The Handmaid's Tale. Che le istanze che muovono le ragioni profonde del romanzo coincidano con quelle dello storico e irriducibile movimento per l'uguaglianza e la libertà delle donne è indiscutibile, così come è indiscutibile la natura di riflessione e speculazione politica del racconto, ma possiamo vedere alla base di questo atteggiamento una logica piuttosto concreta: la grandissima parte delle persone equivoca il femminismo, per il suo essere multiforme e in qualche caso contraddittorio ma anche a causa degli attacchi dei conservatori che una corrente che sfida lo status quo inevitabilmente si procaccia. Il femminismo non è, come comunemente si crede, un movimento astioso che avversa gli uomini o che mira a spogliarli del potere per consegnarlo alle donne; si batte per la dignità, la libertà, la piena espressione di tutti all'interno di una società che ci opprime e ci condiziona in maniera sistemica e spesso impercettibile; si chiama "femminismo" solo perché parte dalle donne, così come i suoi alleati movimenti LGBT prendono il nome da ciò che differenza la loro comunità per perseguire i medesimi obiettivi.

The Handmaid's Tale ha il pregio di raccogliere proprio lo spirito inclusivo e intersezionale del femminismo delle giovani generazioni: e lo fa grazie allo sguardo attento e pietoso rivolto a tutti i suoi personaggi, anche quelli caricati di un ruolo negativo. Principalmente alle donne, certo, le ancelle senza nome, madri nella sofferenza e non nel diritto, le domestiche indaffarate che le invidiano, le mogli sterili dei Comandanti che le odiano; ma anche gli uomini, a cominciare dal Comandante Waterford di Joseph Fiennes, che intuisce la persona nel corpo di cui abusa, sospetta l'enormità di ciò che le infligge; il suo autista, in cui l'umiliante condizione ("non ha diritto a una moglie") non ha spento l'empatia; fino al più bieco criminale, uno stupratore, mostrato con la tragica dignità di uomo di fronte alla morte. Grazie a una caratterizzazione equilibrata e inspirata, tutti mostrano gli effetti deleteri del sistema oppressivo e liberticida - la paranoia, l'incertezza, la solitudine, la follia - e incarnano più o meno consapevolmente un anelito di liberazione. Così la storia umanissima, intima e personale dell'ancella ci mostra il destino di una civiltà nella morsa del totalitarismo, ed è come guardare nell'abisso in cui stiamo per precipitare un attimo prima che l'ultimo appiglio a cui afferrarsi sia fuori portata. Non lasciamo la presa.


La mia valutazione


Alla prossima

Luce <3