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martedì 14 luglio 2026

La fuggitiva - miniserie tv (recensione)

Buongiorno; oggi vi parlo di una nuova (per me) miniserie, che trovate su raiplay



Titolo: La fuggitiva

Paese: Italia

Anno: 2021

Genere: drammatico, thriller, poliziesco

Puntate: 8

Durata: 50 min (episodio)

Lingua originale: italiano


Informazioni

La fuggitiva è una miniserie televisiva italiana diretta da Carlo Carlei, trasmessa in prima visione su Rai 1 dal 5 al 26 aprile 2021.


Trama

Dopo la violenta morte di suo marito Fabrizio, Arianna Comani, accusata dell'omicidio, fugge dalla polizia per mettersi sulle tracce del vero assassino con la complicità del giornalista Marcello Favini.



Recensione

Protagonista di questa miniserie è Vittoria Puccini nei panni di una donna costretta a lottare per dimostrare la propria innocenza. Quello che questa fiction propone agli spettatori è, infatti, un action-thriller al femminile, una storia di sofferenza e di lotta dove a dover menare le mani ed escogitare piani di fuga è una donna solo all'apparenza comune, ma che grazie al suo doloroso passato sarà in grado di fronteggiare l'inimmaginabile. La fuggitiva è una serie diretta da Carlo Carlei e coprodotta da Rai Fiction e Compagnia Leone Cinematografica che vede, oltre alla Puccini, un buon cast di volti noti della serialità italiana: Pina Turco, Eugenio Mastrandrea, Sergio Romano e Maurizio Marchetti.


Le vicende seguono le gesta di Arianna, una donna che vede la sua vita sconvolta dall'omicidio del marito Fabrizio, assessore all'urbanistica di un piccolo comune dell'hinterland torinese. Arianna, però, non è una moglie e una madre comune: alle sue spalle c'è un passato doloroso e oscuro, fatto di lotta e violenza, un passato che l'ha forgiata non solo come persona ma come combattente vera e propria. Gli insegnamenti ricevuti in gioventù l'hanno resa in grado di affrontare senza problemi combattimenti, di utilizzare armi, di servirsi delle più efficaci tecniche elusive e di fuga, che ora utilizzerà per provare la sua innocenza, mettere al sicuro suo figlio e fare luce sulla morte di suo marito. Arianna è stata infatti accusata dell'omicidio di Fabrizio dopo che una testimone ha confessato alla polizia di avere una relazione segreta con il politico, facendo così ipotizzare il movente della gelosia per questo efferato crimine. Partirà da qui una caccia all'uomo, o meglio, alla donna, che punta a tenere gli spettatori con il fiato sospeso vedendo la protagonista dividersi tra la fuga dalle autorità e la ricerca delle prove utili a fare luce sul caso.



La storia, segue rigorosamente tutti gli elementi che fanno dell'action-thriller un prodotto estremamente riconoscibile e generalmente molto amato dal grande pubblico. Abbiamo l'eroina, Arianna, una donna forte e dal passato oscuro che lotterà con tutti i mezzi a propria disposizione per sottrarsi a delle ingiuste accuse; abbiamo l'agente Michela Caprioli, una poliziotta integerrima ma molto perspicace che darà la caccia ad Arianna, pur non smettendo di mettere in discussione determinati punti chiave dell'indagine. C'è la figura del giornalista virtuoso, Marcello Favini, che è determinato a raccontare le ombre di un caso per nulla chiaro e per farlo deciderà di fidarsi di Arianna, aiutandola a portare in luce la verità; e poi c'è il cattivo, quel personaggio che nella prima puntata rimane avvolto nel mistero, senza un nome o un'identità, ma che fin da subito, dal suo aspetto, dalle suo fare losco, capiamo essere estremamente pericoloso.



Non si può negare che nel guardare La fuggitiva si ha una costante sensazione di deja-vu: nel suo rispettare le direttive più classiche del genere, la serie ripropone situazioni e intrecci consolidati e già visti in moltissime altre produzioni, spesso straniere, molto famose e apprezzate, titoli cult che ci sono entrati nel cuore e con i quali è difficile non fare paragoni. Il personaggio di Arianna ripercorre quasi fedelmente i passi di eroine già viste sullo schermo dalle quali prende palesemente attitudini e ispirazione. Qualche merito proprio, però, gli va riconosciuto: La fuggitiva porta su schermo un tipo di action che raramente si era visto sulla rete ammiraglia Rai e lo fa tentando di scardinare i pregiudizi del pubblico generalista con un personaggio forte in grado di reggere l'intera storia sulle sue spalle. In questo Vittoria Puccini ce la mette tutta, la sua Arianna è convincente, dinamica e credibile, in grado di trasmettere quella determinazione e rabbia necessarie a convincere lo spettatore.


Per riassumere, si può affermare che la nuova serie di Rai 1 riesce a portare un personaggio interessante e nuovo per il tipo di pubblico a cui si rivolge. La storia, anche se ripropone situazioni e intrecci già noti a moltissime altre produzioni di genere, riesce comunque ad appassionare lo spettatore che avrà, però, costantemente quell’inevitabile sensazione di già visto.


La mia valutazione


Alla prossima

Luce <3



domenica 10 agosto 2025

La cupola di vetro - miniserie tv- Netflix (recensione)

Buongiorno, oggi vi parlo di una miniserie che trovate su Netflix tratta dal romanzo di Camilla Lackberg 



Titolo originale: Glaskupan

Titolo italiano: La cupola di vetro

Paese: Svezia

Anno: 2025

Formato: miniserie tv

Genere: drammatico, giallo, noir, thriller

Puntate: 6

Durata: 45 min (episodio)

Lingua originale: svedese, inglese


Informazioni

Glaskupan: La cupola di vetro è un noir scandinavo svedese del 2025, creato da Camilla Lackbergh e reso disponibile su Netflix dal 15 aprile 2025




Trama

La serie composta da sei episodi è ambientata a Granås, una piccola cittadina svedese di fantasia. Ha inizio con l'esperta comportamentalista e criminologa Lejla che fa ritorno dagli Stati Uniti, posto in cui vive e lavora, dopo che il suo padre adottivo, il capo della polizia in pensione Valter, telefona per comunicarle la morte improvvisa della moglie. Il posto dove è cresciuta evoca in lei sentimenti contrastanti, da bambina fu infatti rapita e trattenuta per mesi da uno sconosciuto.


Recensione

Glaskupan – La cupola di vetro, divisa in sei episodi e disponibile su Netflix a partire dal 15 aprile 2025, nasce dalla penna della scrittrice svedese Camilla Läckberg, il cui successo è arrivato anche in Italia. Liberamente ispirata ad alcuni eventi del romanzo La principessa di ghiaccio, Glaskupan – La cupola di vetro è un crime detection che vede la protagonista Lejla, rapita da bambina da un colpevole mai trovato, tornare in Svezia dopo anni, dove indaga su un altro rapimento, forse per mano della stessa persona che anni prima aveva preso lei. Lejla è infatti stata l’unica che è riuscita a fuggire, le altre bambine non sono invece mai state ritrovate. Nel cast dello show Netflix figurano Léonie Vincent e Johan Hedenberg.

Glaskupan - La cupola di vetro - cinematographe.it

Glaskupan – La cupola di vetro non ha niente che lo identifichi come un prodotto nordeuropeo, fattore che è spesso l’attrattiva principale delle serie tv del genere, in particolare se si tratta di Netflix. Il crime detection di stampo nordico ha una serie di elementi, principi e anche specificità riconoscibili che sarebbe anche giusto ritrovare, ma che in Glaskupan – La cupola di vetro si manifestano solo all’inizio, quando si presenta l’arena dove fitte foreste, distese di neve e case isolate saranno teatro di indagini che le cui fonti e motivazioni sono da ricercarsi nel passato. Quando anche la protagonista, Lejla è stata rapita e, appunto, rinchiusa in una cupola di vetro. Incubi continui, indagini che non portano a nulla, segreti confessati solo ed esclusivamente attraverso il dialogo e un incarico visivo che non aggiunge nulla. Un vero peccato considerando le basi, non all’avanguardia, ma comunque ingredienti creativi degni e idonei al mondo crime.


L’acclamata scrittrice Camilla Läckberg questa volta non lascia il segno. La serie tv sembra rifarsi a quello che il cinema e la televisione ha insegnato negli anni con il genere del crime drama, con un focus sulle tecniche di narrazione e scrittura statunitensi, ormai riscontrabili e considerati accettabili. E che rendono molti show simili tra loro, anche se spesso con quel particolare in più che non guasta. Ma anche in quel sapore americano che si potrebbe avvertire, Glaskupan – La cupola di vetro sembra essere una serie tv senza una reale identità. I personaggi, che hanno un propria psicologia, almeno per quanto riguarda le figure principali, non convincono fino in fondo. La drammaticità della vicenda è affidata solo a Lejla e al personaggio di Said, che oltre ad essere un padre alla ricerca della figlia scomparsa, è anche incarnazione dei due temi che Glaskupan – La cupola di vetro intende esplorare. E che risultano poi forse quelli meglio rappresentati e raccontati.

Glaskupan - La cupola di vetro

Le due tematiche che la serie tv affianca a quella dell’investigazione sono la delicata e controversa situazione dell’immigrazione in Svezia, e i giacimenti minerari, in particolare di ferro, dei quali è difficile usufruire, a causa della vegetazione subpolare, senza che questo porti a proteste, danni o necessità di abbandonare l’aerea interessata. I sottotesti di contorno, che sono inoltre propri del Paese dove lo show è ambientato, vengono descritti con attenzione, sintetizzati quanto basta e ben esplicati, con la volontà di mostrare un Nord Europa che è costantemente spaccato in due sulle questioni e con un’attinenza alla realtà che restituisce uniformità e anche una maggiore partecipazione del pubblico. Mentre la regia di Glaskupan – La cupola di vetro insiste su elementi naturali, su un paesaggio articolato: vasto, buio e sovrastato da foreste di conifere e betulle capaci di inghiottire, fagocitare e imprigionare chiunque. Foreste dove l’esatta direzione può salvare la vita, o dalle quali sarà impossibile uscire.

Glaskupan - La cupola di vetro

Nonostante il finale di Glaskupan – La cupola di vetro si dimostri inaspettato e tetro, oltre che unico dettaglio da nordico background cinematografico, anche lì non sono presenti né un’adeguata profondità né l’idea di esplicitare quale sia l’imperscrutabile mistero del passato che ha portato ad agire un assassino seriale a tutti gli effetti. Come la regia fa ampio uso di quelle che sono le peculiarità del paesaggio, del panorama e del territorio, anche la fotografia si concentra sui colori che sono propri di quella natura, una natura che si cerca di mantenere integra e che si fa di tutto perché venga trattata con rispetto. Un occhio di riguardo quindi a un bianco neve senza tempo, simbolo della purezza e dell’innocenza rubata a quelle bambine rapite e mai ritrovate. Insieme alla tonalità del verde bosco che, raffinata, scura e intensa è quel percorso buio che può divorare, ma anche rendere liberi. Dolente e amaro il messaggio finale, secondo punto di forza dello show, che rivela come mettere la parola fine all’esperienza di Lejla sia quasi impossibile e come la scoperta del villain non potesse avere conseguenze e consapevolezze più tragiche.



La mia valutazione

Alla prossima
Luce <3



martedì 3 giugno 2025

Il giardiniere - miniserie tv - Netflix (recensione)

Buongiorno, oggi vi parlo della miniserie Netflix "Il Giardiniere"

Titolo originale: El jardinero

Paese: Spagna

Anno: 2025

Formato: miniserie tv

Genere: thriller, sentimentale

Episodi: 6

Lingua originale: spagnolo


Informazioni

Il Giardiniere (El jardinero) è una serie televisiva thriller romantica spagnola creata da Miguel Sáez Carral. Il cast principale è composto da Álvaro RicoCatalina Sopelana e Cecilia Suárez.




Trama

Il giardiniere racconta la storia di Elmer, un ragazzo che in seguito di un grave incidente automobilistico ha perso la capacità di provare emozioni. Elmer conduce una vita piatta e priva di stimoli all'interno del vivaio e centro di giardinaggio gestito dalla mamma autoritaria, la China Jurado. In realtà sotto la copertura del vivaio si nasconde un'altra fiorente ed illegale attività sotterranea di omicidi su commissione. Uccidere è facile per Elmer, privo di emozioni, che si comporta come un freddo sicario capace di uccidere in segreto persone sotto commissione, sbarazzandosi dei loro corpi come fertilizzante per le piante.

Tuttavia, mentre progetta l'omicidio di Violeta, un'affascinante maestra d'asilo, l'equilibrio psichico del ragazzo si rompe e inaspettatamente Elmer si innamora di lei tornando a provare emozioni dopo tantissimo tempo. Mentre Elmer lentamente impara ad amare, sua madre fa tutto il possibile per porre fine alla vita di Violeta.


Recensione

Partendo da un contesto narrativo che ricorda tantissime altre storie dello stesso stampo, prima fra tutte Dexter, questo prodotto seriale segue le ombre di un killer simile a tanti altri, per poi cambiare rotta prendendo in esame quello che ha dentro, tagliando la narrazione attraverso un piglio sentimentale sicuramente inatteso, quanto anticlimatico per alcune sue cose. Il tutto accresciuto dal volto di un Álvaro Rico che trova riconoscibilità ulteriore in relazione al catalogo di Netflix, data la precedente fama ottenuta con la serie Elite

I killer a sangue freddo si sono ritagliati, nel corso del tempo, un posto di tutto rispetto nell'immaginario contemporaneo, rivelando una certa fascinazione da parte del pubblico, cinematografico e seriale, che non smette mai di nutrirsi con nuovi racconti e sperimentazioni in questo senso. Il male come attrattiva in un mondo caratterizzato più da grigi che non da colori netti, sfumato dalle debolezze e fragilità dell'umano che diventa mostruoso. Ne Il giardiniere molte di queste riflessioni tornano a parlare col grande pubblico, portando a discussioni sì interessanti ma piuttosto disordinate e non troppo nuove.

Già nella sua primissima sequenza di apertura sembra tutto chiaro e derivativo ne Il giardiniere. Un giovane uomo ne uccide un altro con una siringa. La situazione è apparentemente calma e ordinata, distaccata anche in termini di immagini, tornando nello sguardo spento di un protagonista distante da tutto quello che lo circonda. In un'apertura del genere si incrociano tanti altri prodotti simili, imprimendo uno stile netto a una storia dai tratti inattesi col proseguire degli eventi.



Elmer è in apparenza un ragazzo come tutti gli altri, ci racconta la madre come narratrice onnisciente, se non fosse per un incidente alla testa che lo ha reso praticamente apatico. Non prova alcuna emozione fin dalla più tenera età. Questa condizione, però, si scontra con una profonda creatività e attaccamento alla botanica, che ha trovato energia, sviluppo e sostentamento nel grande vivaio gestito dalla madre.

Il rapporto fra questi due è più che morboso e problematico, al punto che la seconda, negli anni, è arrivata a sfruttare il distacco emotivo del figlio impiegandolo come killer su commissione, con l'obiettivo di realizzare qualcosa cui aspira da tempo. Il giardiniere, quindi, si apre con una serie di dinamiche nere, frenando le esecuzioni di Elmer con un incarico che cambierà per sempre la sua esistenza. La morte del prossimo e i soldi sporchi come pretesto, quindi, per una narrazione sopra le righe in cui i sentimenti diventano il fulcro, ma anche il motivo di attrattiva, oltre la violenza diretta e sottocutanea.

Come anticipato, Il giardiniere attinge da un immaginario preciso, quello del killer distaccato e animalesco, anche se qui indirizzato da una mano "che sta sopra", da una persona che ne guida le ragioni principali e le azioni. Tutto nasce nella famiglia del protagonista non a caso, e nel suo rapporto tossico con una madre che non si fa alcuno scrupolo a sfruttare il proprio bambino. Così la tensione del racconto si snocciola proprio fra questi due personaggi, portando a una narrazione con tre facce riconoscibili: quella più sentimentale, quella nera e quella poliziesca con le indagini.



Le varie sparizioni effettuate da Elmer, infatti, aggiungono all'equazione un elemento giallo, con una costruzione che, ancora una volta, resta nel classico e nell'elementare, quasi pigro e secondario. Due membri del corpo di polizia si interessano a quello che sta accadendo e nutrono dei sospetti su alcune persone scomparse, lanciandosi nella costruzione di un puzzle che gli spettatori intuiscono fin dall'inizio, anche perché non è tanto quella la miccia principale degli eventi.

Curiosamente e inaspettatamente, oltre alle morti e alle esecuzioni di Elmer, c'è proprio quello che ha dentro come fulcro di un disegno che indaga innanzitutto il suo umano, a contatto con le scelte e gli "obblighi familiari" che lo mettono costantemente alla prova. Le cose cambiano quando la sua apatia comincia gradualmente a sfumare, sostituita da nuove sensazioni che trovano spazio nella vita di un ragazzo vergine da questo punto di vista. Anche se l'innesco è apparentemente esterno e sociologico, la realtà del suo corpo si manifesta e sembra rispondere ai soprusi della vita quotidiana.



Così, ne Il giardiniere, ogni cosa torna ai rapporti con l'altro. Che si tratti della madre di Elmer o degli altri protagonisti coinvolti nella vicenda, il dolore reciproco resta la costante di un intreccio piuttosto altalenante nel suo insieme e alienante, in cui la violenza fisica trova un punto d'incontro con quella psicologica, ancor più feroce, subdola e sottocutanea. La realtà dei fatti non si rispecchia negli atti mortali di Elmer o nelle indagini della polizia, ma in tutte le problematiche dell'umano a contatto con se stesso, in un gioco mai del tutto equilibrato, affascinante ma anche dimenticabile e scorretto in cui nessuno vorrebbe mai e poi mai identificarsi. Il giardiniere è una miniserie che affronta il tema del killer apatico inserendolo in una narrazione che mescola noir, tensione familiare e ricerca di umanità, ma senza trovare un vero equilibrio. Se da un lato il racconto seriale tenta di distinguersi con un taglio sentimentale e introspettivo, dall’altro resta ancorato a cliché già visti, con sviluppi prevedibili e una componente investigativa debole e secondaria. Il rapporto disturbato tra Elmer e la madre regge il cuore della narrazione, ma lo fa in modo altalenante, spesso forzato e poco originale. Nonostante l’idea di indagare l’interiorità del protagonista risulti interessante, l’esecuzione rimane disordinata, con uno stile narrativo che alterna momenti intensi ad altri dimenticabili, in una costruzione che fatica a coinvolgere fino in fondo.



La mia valutazione


Alla prossima

Luce <3



giovedì 8 maggio 2025

The are murders - miniserie tv- Netflix (recensione)

Buongiorno, oggi vi parlo di una miniserie che trovate su Netflix


Titolo: The Are Murders
Paese: Svezia
Anno: 2025
Genere: Noir Scandinavo
Stagioni: 1
Episodi: 5
Durata: 45 min (episodio)



Informazioni
La serie tv Aremorden - Gli omicidi di Are è composta da una stagione ed è prodotta da SF Studios e Viaplay per Netflix. La serie è l'adattamento dell'omonima coppia di romanzi thriller scritta da Viveca Sten, già autrice dei libri da cui è stata tratta Omicidi a Sandhamn.

Åremorden - Gli omicidi di Åre: la recensione della serie svedese di Netflix

Trama

Un detective di Stoccolma sotto indagine interna si reca in una stazione sciistica per rilassarsi, finché la scomparsa di una giovane ragazza non la costringe a tornare al lavoro.




Recensione

Io sono rimasta un po’ basita: un omicidio, un’indagine e poi, a metà 

del terzo episodio, la soluzione. Attenzione, quindi, perché lascia spiazzatiNetflix la presenta come una miniserie in 5 episodi, in realtà è una serie vera e propria con due storie diverse affrontate in modo 

consecutivo. In sostanza, 2 storie in 5 episodi. Una volta saputo questo, 

avrete le informazioni necessarie per godervela al meglio, perché 

Åremorden - Gli omicidi di Åre Morden, la serie svedese di Netflix disponibile

dal 6 febbraio, è davvero ben fatta.

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Una volta capito che si tratta di due episodi della medesima serie, la trama

non può che ricondurci alla protagonista: la poliziotta di Stoccolma Hanna Ahlander, dopo una brutta vicenda sul lavoro, viene messa in congedo. Si trasferisce quindi a casa della sorella e del cognato, che sono via, per 

trascorrere del tempo in pace nella (apparentemente) tranquilla cittadina di 

Åre, in montagna, immersa nella natura e nella neve. Ma la sera stessa del 

suo arrivo, Hanna scopre che una ragazzina di 17 anni è scomparsa. 

L’intera città si mobilita per cercarla mentre Hanna decide di unirsi alla polizia locale per aiutare con il caso. Imbattendosi, più avanti, anche nell’omicidio 

di un uomo…

Åremorden - Gli omicidi di Åre: la recensione della serie svedese di Netflix


Åremorden - Gli omicidi di Åre ha tutte le potenzialità per ottenere 

successo: una messa in scena curata, un budget ricco, una schiera di 

bravi interpreti. La scelta di distribuire 5 episodi con 2 diverse storie però,

come accennavo, è spiazzante. Capiamo subito che Hanna è la protagonista, accanto al poliziotto locale. Ma non abbiamo il tempo di seguire le canoniche tappe di presentazione del personaggio per l’eccessiva fretta: la prima storia viene risolta con troppa velocità, lasciando sullo sfondo tutta una serie di personaggi e di tematiche che aveva introdotto lasciandoci credere di essere di fronte a una miniserie.

Non facciamo in tempo a immergerci nell’atmosfera della prima storia che ci troviamo già in una situazione diversa: Hanna è appena arrivata, dovrebbe fermarsi solo un mese per lavorare in città, eppure nella seconda storia la ritroviamo introdotta nella vita cittadina e coi colleghi come se fossero 

passati anni.

Le interessanti storie personali dei vari personaggi passano in secondo piano all’improvviso, vengono messe da parte e poi tornano alla ribalta.

C’è confusione, nella stesura della sceneggiatura.

Åremorden - Gli omicidi di Åre: la recensione della serie svedese di Netflix

Entrambe le storie presentate dai 5 episodi, tipiche di una serie crime, funzionano e sono interessanti. Ma vengono sviluppate con i tempi e 

soprattutto con il ritmo sbagliato.

La specializzazione di Hanna in violenza domestica, che fa da filo conduttore alla narrazione, finisce per diventare quasi un elemento 

secondario. Il cambiamento nei rapporti fra colleghi è forzato, affrettato, 

come se tutti i personaggi fossero mandati allo sbaraglio senza uno studio attento delle tempistiche.

La sensazione che restituiscono è proprio questa, ed è un peccato perché, 

ripeto, la realizzazione è di ottimo livello.

L’uso della fotografia è fortemente simbolico: calda - perfino all’esterno, in mezzo alla neve, quando tutto va bene o sta per risolversi. Fredda, sia nei suggestivi ambienti esterni che in quelli esterni - fatti di case interamente 

di legno e piene di calore - quando la storia ci porta verso sviluppi o eventi negativi, spaventosi.

Anche la scelta di far confidare un agente con l’ultima arrivata, dopo tanto 

tempo senza farlo con i colleghi che frequenta da un periodo molto più 

lungo, conferma la mancanza di equilibrio in sceneggiatura.

Ambientato in una stazione sciistica al confine con la Norvegia, il racconto incentrato su Hanna è tratto dai romanzi di Viveca Sten, ma non ne ha la proporzione. Il senso della misura e del tempo.

Peccato, perché con un lavoro di adattamento più curato, meno frettoloso, il risultato sarebbe stato nettamente superiore: Åremorden è un buon 

nordic  thriller, ma si perde nella mancanza di equilibrio narrativo.

Åremorden - Gli omicidi di Åre è la nuova serie svedese di Netflix, disponibile dal 

6 febbraio. Ispirata ai romanzi di Viveca Sten, è ambientata in una cittadina di montagna, rinomata stazione sciistica immersa nella natura e nella neve. Benché sia presentata 

come una miniserie, si tratta di una serie vera e propria che ci racconta due diverse storie

non legate fra loro - in 5 episodiLa messa in scena è accurata e gli interpreti sono 

molto bravi (soprattutto la protagonista Carla Sehn), ma c’è una mancanza di equilibrio narrativo che trasforma un potenziale ottimo prodotto in uno più che sufficiente, ma non 

di sicuro eccelso. Una stesura più attenta della sceneggiatura, che giustifichi la 

presentazione adeguata dei personaggi e delle dinamiche psicologiche che li riguardano, avrebbe fatto la differenza. Sapendo  cosa ci aspetta - 2 distinte storie, senza un 

adeguato approfondimento - è più facile godersi la visione.

La mia valutazione


Alla prossima

Luce <3